Si è appena conclusa la tre giorni delle "Romanae Disputationes 2015" (12-14 febbraio), il Concorso nazionale di filosofia per studenti delle scuole superiori che, nell'edizione di quest’anno, aveva a tema: "Libertà va cercando, ch'è sì cara. L’esperienza della libertà".

È impossibile fare qui una sintesi delle nove conferenze svoltesi, di quanto emerso nei due appassionati dibattiti tra studenti (Age contra) e dai due video vincitori del concorso. Mi limiterò perciò a offrire alcuni spunti su alcuni frammenti di quanto emerso. Il tema della libertà è uno dei classici della filosofia, si tratta di un teatro di scontro che vede schierati da un lato coloro che sostengono che la libertà esiste, o che è un’esperienza evidente, o almeno che è necessario postularla. Dall’altro vi sono i deterministi, i materialisti riduzionisti, coloro che negano la libertà per ragioni metodologiche. Alcuni sembrano ammetterla, ma poi la riducono a un’illusione, altri comprendono le ragioni del determinismo, ma non credono che siano sufficienti a chiudere il discorso, assumendo essi una linea compatibilista. Altri ancora, infine, non sanno con chi schierarsi, perché ritengono che quella in gioco sia una questione irrisolvibile.

Le neuroscienze sembrano negare spazio alla libertà. Durante la tre giorni sono stati citati alcuni famosi esperimenti come quello di Nisbett e Wilson, o quello di Hall e Johansson che mostrano come razionalizziamo la scelta compiuta, illudendoci di aver avuto delle ragioni che in realtà non sono quelle che ci hanno mosso. È stato anche citato l’esperimento Milgram, che mostra il ruolo dell’autorità nel condizionare i nostri atti, o l’esperimento di Libet che mostrerebbe che cominciamo a volere prima di rendercene conto. Siamo degli zombie senza coscienza che si illudono di averla, o che al massimo ce l’hanno solo sporadicamente e neanche sempre quando si tratta di fare una scelta, cioè nei momenti che riterremmo cruciali? Si tratta di un quesito drammatico e a maggiore ragione in quanto sembra nascere dalla ricerca scientifica che si basa su una vasta comunità composta da molte delle menti più brillanti di intere generazioni, tutta l’autorevolezza di un sapere consolidato su controlli severi esercitati da quella stessa comunità, la solidità di un radicamento sul dato osservabile.

Francesco Botturi, nell’apertura del suo intervento, ha usato una scena che mi pare efficace per spiegare la situazione: è notte, un ubriaco sta cercando la sua chiave di casa sotto un lampione. Un passante si avvicina, gli chiede cosa succeda e lui risponde che ha perso la chiave all’inizio del vicolo. Il passante, perplesso, gli chiede perché non la stia cercando proprio nel punto in cui l’ha smarrita e l’ubriaco, seccato: “Beh, ovvio: perché qui c’è la luce”. Allo stesso modo, concludeva Botturi, la scienza si pone di fronte alla libertà, per ragioni di metodo, come se non ci fosse, non è poi strano che nel suo procedere non la trovi. Nella zona del reale che la scienza è capace di illuminare la libertà non si trova, ma ciò non significa affatto che essa non ci sia. Mario De Caro, sulla stessa linea, ha distinto tra il mondo delle cause, campo delle scienze naturali, e quello delle ragioni: si tratta di due ambiti autonomi e compatibili. Del resto, ha argomentato De Caro, la libertà deve essere ammessa per garantire la responsabilità e, di qui, la punibilità del reo, pena il collasso dell’ordine sociale. Sia che si ammetta che la pena si appoggi su ragioni deontologiche (“va dato a ciascuno il suo”), sia su ragioni utilitaristiche (per riabilitare, come deterrente, per protezione sociale), bisogna ammettere la libertà, perché altrimenti la pena sarebbe ingiusta, perché inflitta a chi non la merita (mentre un criterio fondamentale di giustizia richiede che ogni pena vada inflitta a tutti coloro che la meritano e solo a loro). D'altro canto, ha affermato De Caro, gli argomenti delle scienze sociali e dei neuroscienziati non possono essere generalizzati, così da concludere che noi non siamo liberi: essi mostrano al massimo che in alcuni casi non lo siamo.

La tensione tra i risultati delle scienze e la riflessione filosofica mi pare che sia nel complesso feconda, perché sta costringendo gli scienziati e i filosofi a usare fino in fondo la ragione per dare conto di ciò che è l’umano. In conclusione, vorrei osservare che è curioso che il riferimento alla giustizia, nella lezione di De Caro, è stato – inconsapevolmente – un anticipo del tema del prossimo anno: “Unicuique suum. Radici, condizioni ed espressioni della giustizia”.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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