Filosofia

In un gruppo sociale chi deve decidere? Si tratta di uno dei problemi tra il sociale e il politico più intriganti. La soluzione di Rousseau è una delle opzioni teoriche più note: “Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale”.

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Venerdì 15 febbraio si è svolta presso il Convitto Nazionale “Paolo Diacono” di Cividale del Friuli (UD) la disputa tra le classi IV A e IV B del Liceo Scientifico sul tema: ha senso parlare di “filosofia cristiana?”. Il tema, come abbiamo visto la scorsa settimana, è complesso e controverso. Esso vanta radici storiche di grande interesse.

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Il vivace dibattito circa l’esistenza di una filosofia cristiana, esploso negli anni Trenta del Novecento, non pare essersi esaurito, poiché continuano a uscire lavori originali. Il contendere vede da un lato coloro che esibiscono esempi che paiono illustrare efficacemente il darsi storico di filosofi cristiani (Agostino, Anselmo d’Aosta, Tommaso d’Aquino), dall’altro lato vi sono invece coloro per i quali non v’è una filosofia cristiana più che una fisica cristiana o una matematica cristiana.

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Dopo lunghi mesi a studiare Hegel, imparando a conciliare tutto nell’et… et, dopo essersi depressi col pessimismo di Schopenhauer, aver aspirato all’autenticità con Kierkegaard, ribellati al moralismo con Nietzsche, autoanalizzati con Freud, ammutoliti in un silenzio pieno di significato col primo Wittgenstein, i nostri allievi meritano di scoprire che il minimalismo del domandare analitico nasconde fascino e un’opportunità formativa.

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Col paradosso della donazione Derrida ha «fatto scomparire» il dono. La settimana scorsa, ho cercato di «rimettere le cose a posto». Si trattava però di un esito che rischiava l’effimero, in assenza di una definizione di dono capace di offrire un impianto concettuale solido. Oggi è tempo di trovare tale definizione.

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La settimana scorsa, con Derrida, abbiamo visto scomparire il dono: a donar per niente non si dona davvero e a donar per qualcosa non si compie un gesto di totale gratuità, quale un atto di donazione dovrebbe essere.

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La filosofia, scrive Aristotele, nasce dalla meraviglia di fronte al mondo e, possiamo aggiungere, dalla capacità di porsi problemi. Come i bambini, i filosofi si pongono dei “perché” di fronte a cose alle quali altri fanno l’abitudine.

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Quando doniamo, si direbbe che avviene qualcosa di strano: compiamo un atto gratuito eppure al contempo non agiamo «per niente». Questa situazione ha portato alla formulazione di un paradosso piuttosto intrigante.

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Come è noto, in Italia l’insegnamento della filosofia è di tipo storico e questa impostazione, unica nella scuola superiore europea (con poche eccezioni parziali in Spagna e in alcuni Länder tedeschi), è stata spesso messa in discussione.

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Su La Ricerca, di recente, ho già discusso uno dei paradossi del legame sociale. Vorrei qui affrontarne un altro, che mi sembra tra i più affascinanti in filosofia sociale: l’ho chiamato il paradosso di Moro. Si può davvero rompere un legame in nome del legame?

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