Filosofia

Finiti da poco i miei tre shiai per la filosofia, credevo di aver chiuso il discorso. Fatto appena in tempo ad assaporare la situazione, mi sento afferrato e gettato in aria da un articolo sull’abolizione dell’insegnamento della filosofia. Il combattimento ricomincia.

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Che strana ironia: quando in Italia qualcosa funziona, magari in maniera non ottimale, forse non perfettamente, ma funziona, c’è sempre qualcuno pronto a smantellarla! Questa volta è il turno dell’insegnamento della filosofia.

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Continuamente esercitiamo atti di fiducia e la nostra vita sociale è tanto ricca anche perché ci fidiamo. Questo è vero al punto che, se smettessimo, saremmo presi in cura da uno psichiatra per le nostre paranoie. Dunque, dobbiamo fidarci. Ma la fiducia non è qualcosa di gratuito? E se lo è, com’è possibile che sia l’esito di una necessità?

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Dunque, di nuovo: cos’è un paradosso? Ecco la definizione brillante che ne fornisce Mark Sainsbury: “una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile”.

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Mi pare che tutto il fascino della questione metafisica del realismo stia proprio nella parola “indipendente”, tanto usata nelle definizioni classiche (come quella di Salis), quanto discussa ancora in maniera insufficiente dagli studiosi, tra cui D’Agostini.

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David Chalmers, filosofo australiano noto soprattutto per i suoi lavori in filosofia della mente, ha raccolto una serie di link divertenti nella sua pagina “Philosophical humor”. E noi ci siamo divertiti.

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Il termine thâuma vuol dire ben più che meraviglia. Si tratta di una parola che, dice Severino, nel suo significato originario significa «terrore», «paura». Secondo lui si tratterebbe di paura del dolore, della morte, dell'infelicità.

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Mi sento come quell’uomo che, da anni per mare e senza approdo, scorge una rondine che porta un ramoscello, segnale della prossimità della terra ferma. Dopo il rigido inverno di un pensiero teoretico cullato dalla povertà speculativa delle esegesi dei classici e dalle finte battaglie dialettiche tra pensatori che, in fondo, la pensano allo stesso modo, compare una rondine.

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Nel 2003 è uscito, a cura di Marco Bersanelli e Mario Gargantini, un volume dedicato allo stupore individuato come ciò che è all’origine della scienza. Il titolo del volume è tanto suggestivo quanto, a mio parere, infelice: Solo lo stupore conosce. Come spiegato dai curatori nell’introduzione, l’espressione è da loro ripresa da Gregorio di Nissa.

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La meraviglia, se nasce, nasce sempre quando ci colpisce “qualcosa” di imprevisto, provocando in noi un cambiamento. Abbiamo allora questa sequenza: soggetto A: imprevisto, meraviglia; soggetto B: cioè lo stesso soggetto cambiato sotto un certo profilo. Tra A e B ci sono i fattori che determinano il passaggio.

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