Presentato fuori concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia, il nuovo film di Paul Schrader, scritto da Bret Easton Ellis, mette in scena un’interessante riflessione metalinguistica sul cinema, sul fare cinema o meglio sull’impossibilità di fare cinema. Le profetiche inquadrature iniziali descrivono con algido distacco aree urbane desertificate e fatiscenti. Centri commerciali chiusi e desolati. Cinematografi abbandonati e cadenti sembrano annunciare la morte del cinema - o forse solo la morte dell’esperienza collettiva della visione, del luogo in cui si consuma un rito sociale, sacro. Lo specchio si è rotto. Frantumato. Fuso. Disperso caoticamente all’interno del flusso della vita, anzi delle vite. Esistenze che si incrociano, non a caso a Los Angeles, tra i tòpoi della memoria di celluloide: Sunset Boulevard e Melrose Avenue.

canyonsLe relazioni dei personaggi principali ruotano attorno a un nebuloso progetto di un film che capiamo ben presto non verrà mai girato. Christian è un ricco figlio di papà che gioca a fare il produttore. Tara, la sua ragazza, è un ex modella che si è venduta ai soldi di Christian. Ryan è un aspirante attore, fidanzato con Gina, la collaboratrice di Christian.
Se il cinema è morto, il film che si dovrebbe realizzare è destinato ad abortire senza speranza. Muore il film come macchina narrativa coerente e produttrice di senso, capace di appassionare, di dar conto di una storia e generare ricordi ed emozioni. Tara lavora con Christian, ma è annoiata dal cinema. Gina non riesce a ricordare l’ultimo film che ha visto. Per Christian essere produttore è solo un piccolo e divertente gioco di potere. Ryan, attore senza talento, cerca solo soldi, con un film, con un lavoro da cameriere, con altro. Il film diventa solo un pretesto narrativo, per denunciare il vuoto e l’assenza del mezzo espressivo e contemporaneamente l’assoluta necessità esistenziale di affermare se stessi attraverso la visione e la rappresentazione.
Il cinema non scompare, si polverizza nella realtà come un alieno mutante. Cambia la sua natura, si disperde nella deriva frammentata delle riprese realizzate con gli smartphone. Si rivela in controluce nella tragica recita quotidiana in cui tutti i personaggi sono attori, più o meno consapevoli, di vite false, ipocrite e inutili. Interpreti di instabili relazioni sentimentali devastate da continue menzogne e cangianti messe in scena. I mille rivoli del cinema, abbandonati e affogati nella realtà, riaffiorano simbolicamente dal caotico magma affabulante. Simulacri funerei tra i dvd di un megastore, luttuoso mausoleo della settima arte, o innestati nel plot narrativo con caleidoscopico gusto citazionista e postmoderno. Horror, porno, suggestioni noir. Tutto senza lasciare spazio a facili nostalgie, in un mondo dominato dall’arida ossessione della visione, dal controllo compulsivo dello sguardo, dall’essere regista di fuggevoli fotogrammi di vita. Un susseguirsi torbido e contagioso di gelosie, sospetti, pedinamenti, reali e virtuali. Un percorso scopico perverso, pornografico, solipsistico, che pervade gli sguardi, sazia la superficie dei desideri senza approdare a nulla. Anche la morte, l’assassinio, risultano così falsamente splatter da restare senza colpevoli. Irreali. La macchina della messa in scena è già oltre. Defunta, dimenticata, dissolta.

THE CANYONS
Regia: Paul Schrader
Sceneggiatura: Bret Easton Ellis
Cast: Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Amanda Brooks, Tenille Houston, Gus Van Sant
Produzione: USA, 2013

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher