Dopo anni di sopralluoghi e decine di ore di materiale girato ha visto finalmente la luce l’ultimo film di Gianfranco Rosi, uno dei documentaristi più sensibili e attenti del panorama del nostro cinema. Regista da sempre rivolto al lato umano delle storie, Rosi possiede la straordinaria qualità di riuscire a trasformare i paesaggi in racconti di vita e stati d’animo. Protagonista dell’opera è il Grande Raccordo Anulare, conosciuto da tutti con l’acronimo GRA.

santo-graLa tangenziale metropolitana che circonda la capitale disegna un non-luogo, uno spazio metaforico di transito, di transumanza pendolare e alienante. Tuttavia il film non ferma l’attenzione su chi percorre il GRA, ma su chi in quella terra di confine, in quel margine spurio della città abita e vive. Rosi mette in scena una Roma altra, distante. Così lontana ed estranea rispetto a quella raccontata da Paolo Sorrentino ne “La grande bellezza”. La Roma che sta al centro di quest’anello d’asfalto non interessa Rosi, è assente, come se il GRA gravitasse, indipendente, al margine di un buco nero, sull’abisso sconosciuto della città. Lo stesso GRA ha una natura quasi immateriale, non sono i luoghi a essere protagonisti. Il suo sviluppo spaziale, la sua geometria planimetrica non guida i percorsi dello sguardo. La circolarità, immobile e immanente, diventa però struttura simbolica della narrazione, che non procede lineare seguendo il tracciato dell’asfalto, ma isola uomini, frammenti di vita, che si alternano e rincorrono, pronti a rigenerarsi nel loro inesauribile ritorno. Un road-movie paradossale, che vive di falsi movimenti, di stasi esistenziali, di tableaux vivants sapientemente giustapposti, tenuti insieme da una straordinaria sensibilità umana. Il realismo scarno della messa in scena, decontestualizza uomini e momenti d’esistenza surreali e assurdi.
Un mondo grottesco e straniante abitato da vite marginali e periferiche. Monadi d’umanità dimenticata, che ruotano, nel loro apparente immobilismo, attorno al caos della città, appena sfiorate in lontananza dal traffico del GRA. Un anziano logorroico che vive con la figlia in un anonimo appartamento, un improbabile Dj indiano, un botanico che cerca di salvare le palme da parassiti e insetti, un disincantato pescatore di anguille, prostitute invecchiate ai bordi della strada, un infermiere che divide la vita tra l’ambulanza e una madre affetta da demenza senile, un nobile ridotto ad affittare la sua villa per banchetti e produzioni televisive. Rosi mette in scena questo insolito mondo con uno sguardo sincero, empatico, mai invadente, dando vita a un racconto limpido, immediato, ricco di grazia e poesia.
Un film così sorprendente da ammaliare anche la giuria del Festival di Venezia, che ha premiato SAGRO GRA con il Leone d’Oro.
Non è infatti usuale che il premio più prestigioso di un Festival venga assegnato a un documentario, anche se negli ultimi anni le sale cinematografiche hanno visto un ritorno del genere. Basti pensare alle opere di Andrea Segre Marghera Canale Nord e Mare chiuso e al contributo fondamentale del regista americano Michael Moore, che con Bowling a Columbine, Fahrenheit 9/11, Sicko e Capitalism: A Love Story, ha portato al successo i documentari di denuncia sociale.

 


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Tuttavia, se pensiamo alle origini del cinema e ai primi cortometraggi dei fratelli Lumière, che non facevano altro che riprendere momenti di vita, non dovremmo stupirci molto del successo di un documentario e della sua dignità a rivaleggiare con le migliori opere di fiction nei più importanti Festival internazionali. Ma in realtà il cinema ben presto ha scoperto altre vocazioni e preso altre strade. Georges Méliès, con le sue scenografie e i suoi trucchi illusionistici, ha dato vita al cinema fantastico e la tradizione teatrale e letteraria ha fornito modelli narrativi per costruire racconti per immagini, che potevano declinare con un nuovo linguaggio i generi preesistenti. Il cinema è diventato sempre più territorio della “finzione”, del racconto di storie.
La realtà “documentaristica” ha trovato così sempre meno spazio, fino ad essere confinata nella cronaca dei Cinegiornali, che al cinema precedevano la proiezione del film, come spazio informativo o addirittura propagandistico. Il successivo avvento della televisione, che si è diffusa e affermata rapidamente come il mezzo di comunicazione di massa più importante e invadente della società moderna, ha poi decretato la definitiva scomparsa anche dei Cinegiornali. La realtà, o meglio “il racconto “ della realtà - mediato, selezionato, distorto - passa ormai dallo schermo domestico e familiare della televisione, che può avvalersi di una diffusa e condivisa cifra di presunta verità, derivante dalla fonte, dal mezzo e non tanto dall’autenticità del contenuto.
Proprio tenendo conto di questo processo di evoluzione storica nella rappresentazione della realtà è interessante notare i recenti sviluppi della settima arte.
Il cinema sembra tornare alla sua vocazione realista e documentarista con opere che hanno ottenuto riconoscimenti della critica e successo di pubblico. Un segno di un bisogno di un racconto della realtà a cui da tempo ha abdicato la televisione. Una televisione sempre più autoreferenziale in cui il modello narrativo dell’intrattenimento e della spettacolarizzazione ha permeato tutti i generi, compresa l’informazione e la cronaca. Il moltiplicarsi di telegiornali, talk show a carattere pseudo politico, programmi d’inchiesta su fatti di cronaca nera e giudiziari, non ha fatto altro che creare un universo chiuso, un corto circuito in cui la realtà non ha più accesso se non riscritta dentro le forme narrative e della messa in scena tipiche dello spettacolo d’intrattenimento.
E forse proprio per questo si sente il bisogno di una visione del mondo diversa, vera e originale. Si sente il bisogno di un SACRO GRA.

SACRO GRA
Un film di Gianfranco Rosi
Documentario
Durata 93’
Produzione: Italia, 2013

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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