Zootropio, taumatropio, fenachistoscopio… nomi che sembrano ostili. E che invece richiamano sogni e visioni e ci conducono a un piccolo gioiello nel cuore di Padova, frutto di una collezione privata: il Museo del Precinema.

precinemaL’educazione all’immagine, la storia dell’arte, della fotografia e del cinema hanno un ottimo alleato in questo museo. Che è ovviamente utile anche in ambito scientifico, per le esperienze e gli strumenti ottici proposti, ma si rivela importante, forse inaspettatamente, anche in ambito letterario.

Tutto nasce da una lanterna magica e da alcuni vetri da proiezione trovati nella soffitta di famiglia da Laura Minici Zotti, direttrice del museo, che nel corso degli anni ha raccolto una straordinaria varietà di strumenti ottici e vetrini, approfondendo quella fase di sperimentazioni sulle immagini in movimento che avrebbe condotto all’invenzione del cinema. Passione trasmessa anche al figlio Carlo Alberto, docente di storia e tecnica della fotografia e storia del cinema.

Il museo è ospitato nella bella sede quattrocentesca di Palazzo Angeli, di proprietà comunale, già dimora del cardinale Bessarione e di Andrea Memmo. Da una delle finestre del palazzo, Canaletto, con l’ausilio di una camera oscura, realizzò un’incisione con la veduta panoramica di Prato della Valle, esperienza che possiamo rivivere grazie alle ricostruzioni presenti nel museo. In un’altra sala, invece, possiamo scoprire anche noi che cosa voleva vedere quella folla in maschera per il carnevale veneziano, dipinta da Giandomenico Tiepolo nella foresteria di Villa Valmarana ai Nani di Vicenza, accalcata intorno a una piccola costruzione. È il “Mondo Nuovo”, portato dagli ambulanti nelle piazze di tutta Europa, che permetteva alle persone, a un prezzo modico, di spiare attraverso un’apertura dello strumento per vedere luoghi lontani e sognare ambienti esotici.

Al Museo del Precinema possiamo così capire come funzionavano le vedute ottiche che, grazie a piccoli fori, carte colorate applicate sul retro e una fonte luminosa, creavano effetti di giorno-notte. Principali centri di produzione delle vedute ottiche erano Augsburg, Londra, Parigi e, per l’Italia, Bassano con i Remondini. Interessante scoprire che alcune vedute sono state ritrovate anche in Africa.

Fulcro dell’esposizione sono le Lanterne Magiche, ad uso professionale o privato (senza tralasciare le lanternine giocattolo), e la collezione di vetri da proiezione, esposti a rotazione per motivi conservativi e di spazio. Realizzati fin dal Settecento, per la maggior parte si tratta di vetri dipinti a mano, riproduzioni di incisioni o fotografie colorate a mano. I vetri “a movimento”, inoltre, consentivano simpatiche animazioni. Gli spettacoli dei lanternisti erano accompagnati da musiche appropriate: per questo il museo ospita strumenti musicali che contribuiscono a ricreare il clima dell’epoca.

Le proiezioni luminose non avevano solo una funzione di intrattenimento, ma svolgevano anche un importante ruolo educativo. I soggetti dei vetrini sono quindi i più vari, dalla rappresentazione di città e paesaggi alla storia, dall’arte alla religione, dall’astronomia alla letteratura. Utilizzate all’Università fin dal Settecento, agli inizi del Novecento era ormai evidente che le proiezioni luminose, fisse o animate, potevano essere utili a tutte le scuole, comprese le elementari. Negli anni Venti, in Italia, si svolsero inchieste per accertare la presenza di macchine per proiezioni e diapositive nelle varie regioni italiane, e nell’ambito della Riforma Gentile del 1923 le scuole vennero invitate a valorizzare i nuovi programmi con l’ausilio di proiezioni luminose fisse e animate. Nel 1927, una circolare ministeriale esortò le scuole a dotarsi di tre tipi di apparecchi giudicati fondamentali per la didattica: episcopio, diascopio e cinematografo, e di diapositive adatte a ogni materia, spesso ancora presenti negli archivi delle scuole.

Anche la fotografia trova il suo spazio nel museo, dove possiamo osservare il Megaletoscopio privilegiato, realizzato da Carlo Ponti nel 1864, strumento di cui esistono pochi esemplari al mondo, e apparecchi per la visione tridimensionale delle immagini. La collezione comprende inoltre un affascinante Teatro di Ombre Javanesi di fine Ottocento e una serie di silhouettes, mezzo spesso utilizzato per realizzare ritratti economici fra Settecento e Ottocento.

Molto interessanti sono inoltre i giochi e gli effetti ottici. Pensiamo all’anamorfosi, immagine deformata che si rivela se osservata per mezzo di una superficie curva riflettente. È un procedimento utilizzato anche nella storia dell’arte, come nel famoso dipinto di Hans Holbein del 1533, Gli Ambasciatori, in cui, in un complesso rimando di simboli, la figura indecifrabile in primo piano è l’anamorfosi di un teschio.

Il fenachistoscopio, invece, sfrutta il fenomeno della persistenza delle immagini sulla retina dell’occhio. Consiste in un disco di cartone fissato su un perno, in cui un’immagine, ripetuta con leggere varianti, è alternata a fessure: quando il disco ruota, le immagini, osservate in uno specchio attraverso le fessure, sembrano animarsi. O lo zootropio, in cui una striscia di immagini posta all’interno di un tamburo rotante dà l’idea del movimento se osservata attraverso le fessure praticate nel tamburo. O il taumatropio, che consiste nella sovrapposizione illusoria di due immagini facilmente associabili (topo e formaggio, gabbia e canarino…) disegnate sulle facce opposte di un dischetto. Facendo ruotare velocemente il dischetto grazie a una cordicella, le due immagini si fondono.

Un apposito Quaderno per la didattica del linguaggio visivo, disponibile nel Museo, fornisce agli insegnanti numerosi spunti per lavorare con gli studenti, realizzando anamorfosi, camere oscure, vedute ottiche, immagini ambigue (figure che offrono più di una interpretazione), ombre cinesi, flip-books (libretti con immagini in successione che, sfogliati velocemente, danno l’idea del movimento) o taumatropi. Gli insegnanti sono inoltre invitati a far realizzare dai propri studenti una piccola storia per immagini, disegnate su fogli trasparenti, che poi verranno proiettate da una Lanterna Magica originale dell’Ottocento.

Nella Recherche du temps perdu, Marcel Proust ricorda la Lanterna Magica che gli era stata regalata per avere un sollievo nelle sere di particolare tristezza e Goethe cita lo strumento nei Dolori del giovane Werther. Oltre a essere nominata dagli scrittori, la Lanterna Magica è stata anche un mezzo di divulgazione della letteratura. I vetri da proiezione, infatti, raccontavano fiabe, favole e romanzi popolari, ma anche La Divina Commedia o i miti antichi. Attraverso la Lanterna Magica, prendevano vita i protagonisti dei racconti di Dickens o del Don Chisciotte di Cervantes, facendo sognare il pubblico che, allora come oggi, si riuniva per sentirsi raccontare una storia intorno a una macchina da proiezione.

Museo del Precinema - Collezione Minici Zotti, Palazzo Angeli, Prato della Valle 1/A, 35123 Padova

http://www.minicizotti.it/

Elena Franchi

è storica dell’arte, giornalista e membro di commissioni dell’International Council of Museums (ICOM).
Candidata nel 2009 all’Emmy Award, sezione “Research”, per il documentario americano “The Rape of Europa” (2006), partecipa attualmente al progetto europeo “Transfer of Cultural Objects in the Alpe Adria Region in the 20th Century”.
Fra le sue pubblicazioni: “I viaggi dell’Assunta. La protezione del patrimonio artistico veneziano durante i conflitti mondiali”, Pisa, 2010; “Arte in assetto di guerra. Protezione e distruzione del patrimonio artistico a Pisa durante la Seconda guerra mondiale”, Pisa, 2006.
Ambiti di ricerca principali: protezione del patrimonio culturale nei conflitti (dalle guerre mondiali alle aree di crisi contemporanee); tutela e educazione al patrimonio; storia della divulgazione e della didattica della storia dell’arte; musei della scuola.

 
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