Autore massimamente controverso, spesso aspramente criticato in patria, e insieme osannato in Europa, Kim Ki-duk ci ha ormai abituato alle sue provocazioni. Tale era certamente la sua opera penultima, quell’"Arirag" col quale il regista sudcoreano intendeva coinvolgere il pubblico nel resoconto della violenta sindrome depressiva che lo aveva colpito ancora tre anni or sono.

pietAutore massimamente controverso, spesso aspramente criticato in patria, e insieme osannato in Europa, Kim Ki-duk ci ha ormai abituato alle sue provocazioni. Tale era certamente la sua opera penultima, quell’Arirag col quale il regista sudcoreano intendeva coinvolgere il pubblico nel resoconto della violenta sindrome depressiva che lo aveva colpito ancora tre anni or sono. Ma in un certo senso provocatoria era la sua opera forse più compiuta, amatissima dagli spettatori più giovani, sedotti dai prolungati silenzi e dall’almeno apparente insensatezza delle azioni compiute dal protagonista di Ferro tre: la casa vuota. Ma il film più recente - Pietà -  insignito del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, supera ogni precedente, in tema di premeditata aggressione nei confronti del pubblico. Un repertorio di violenze e oscenità, di dettagli raccapriccianti e di pugni nello stomaco (neppure tanto metaforici), da far sobbalzare coloro che si siano avventurati ad assistere alla proiezione dell’opera. D’altra parte, si deve riconoscere che, al netto del forte tasso di sgradevolezze presenti soprattutto nella prima parte, il film è probabilmente il lavoro più rigoroso, coerente e compiuto, fra i 18 lungometraggi realizzati dall’autore asiatico, perfino più interessante del levigato, ma infine troppo estetizzante, Primavera, estate, autunno, inverno e ancora... Questo giudizio presuppone tuttavia l’individuazione della chiave di lettura più appropriata per accostarsi al film, certamente non riconducibile alla denuncia sociologica, né ancor meno assimilabile al genere pulp così bene interpretato da Quentin Tarantino. Pietà è un film teologico, una meditazione assorta e dolente sulla intrinseca e irredimibile malvagità di una umanità senza altra speranza, che non sia quella affidata all’infinita misericordia di Dio. Come emerge limpidamente dalla sequenza conclusiva, il cui “tappeto” sonoro è la ripetizione in tonalità crescita dell’Agnus Dei, quella vera e propria “massa dannata”, confitta nella violenza e nella vendetta, che è l’umanità, potrà trovare scampo soltanto nel soccorso misericordioso del Signore. Questa, dunque, la “pietà” evocata dal titolo, e raffigurata nell’icona scelta per il manifesto del film: Tu che, come “agnello” sacrificale, conosci per esperienza di quali abissi di ferocia sia capace l’uomo, miserere nobis.

Umberto Curi

Docente di Storia della Filosofia presso l’Università di Padova e presso l’Università San Raffaele di Milano.

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