L’uscita di un film di Jafar Panahi è un ormai un piccolo evento. Premiato ai più importanti festival internazionali – Pardo d’Oro al Festival Locarno con “Lo specchio” (1997), Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con “Il cerchio” (2000), Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino con “Offside” (2006) –, Panahi ha sempre avuto rapporti difficili con le autorità del suo Paese. Il suo cinema è sempre stato visto come una voce troppo libera e quindi pericolosa. 

Nel 2010 Jafar Panahi è stato condannato per propaganda contro il governo. Gli è stato vietato di esercitare la professione di regista e sceneggiatore, di rilasciare interviste alla stampa e di lasciare l’Iran. 
Nonostante il rischio di nuove sanzioni penali, Jafar Panahi non si è mai arreso, e ha continuato a girare film clandestinamente. Opere realizzate tra mille difficoltà, con pochi mezzi e arrivate sugli schermi occidentali in modo spesso rocambolesco. Grazie alla sua tenacia abbiamo visto piccoli capolavori come This is Not a Film (2011), Closed Curtain (2013) e Taxi Teheran (2015), vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino.

La sua ultima opera è stata presentata in concorso Festival di Cannes, dove si è aggiudicata il Premio per la Migliore Sceneggiatura. 
Il film è girato tra gli sperduti villaggi del nord ovest dell’Iran, ancora dominati da una visione arcaica della società. È una denuncia della condizione femminile e al contempo una riflessione metalinguistica sul cinema e sui video diffusi attraverso i social media. 

La trama è molto semplice. La celebre attrice Behnaz Jafari riceve un video messaggio di una ragazza che chiede aiuto. È disperata perché la famiglia ostacola la sua vocazione artistica. Il filmato si chiude in modo drammatico, facendo presagire un suicidio. Behnaz è sconvolta e chiede a Jafar Panahi di accompagnarla alla ricerca della ragazza per capire cosa sia successo veramente. 

L’ispirazione del film viene dall’esperienza personale del regista. Panahi ha dichiarato di aver ricevuto molti messaggi e video di ragazzi che chiedevano consigli su come girare un film. Nello stesso periodo, i giornali pubblicavano la notizia di una ragazza che si era tolta la vita perché la famiglia le aveva proibito di fare l’attrice. Così è nata l’idea di unire le due storie e mettere in scena le reazioni di fronte a un appello disperato ricevuto al telefono. 

Il percorso nel desolato e spoglio paesaggio montuoso dell’Iran ha il sapore di un viaggio nel tempo. Behnaz e Jafar si trovano alle prese con una società conservatrice, ancora legata ad antiche consuetudini e a una visione del mondo quasi tribale. Una realtà arcaica che stride con un SOS lanciato attraverso i social media, come se due epoche lontane fossero entrate improvvisamente in collisione temporale. Il film denuncia l’arretratezza di una certa società iraniana, per nulla sfiorata dalla modernità e ancora radicata alle più antiche tradizioni. 

In questo contesto culturale, le aspirazioni artistiche non hanno diritto di cittadinanza, tanto più se rivendicate da una donna. Jafar Panahi non si limita a una critica sociale: la sua opera è anche una riflessione sull’eterno tema della verità e della finzione, sull’ambiguo e spesso sfuggente confine tra realtà e messa in scena. 

Il film comincia con la proiezione del disperato “vertical-movie” girato dalla giovane protagonista con lo smartphone, per poi stabilizzarsi sul classico schermo orizzontale del cinema. Due dimensioni comunicative segnate da una diversa natura ontologica, geometrica e forse anche percepite con un diverso grado di attendibilità. 

Se il cinema è artificio, ricostruzione di una realtà altra, ricombinazione e messa in forma di una rappresentazione del mondo attraverso inquadrature e montaggio, come valutiamo i videomessaggi degli smartphone? Quale credibilità attribuiamo a queste fonti? Che tipo di manipolazione psicologica possono generare? Il film ruota attorno a questi interrogativi e la ricerca della verità nasce proprio dal dubbio. 

È interessante come siano due persone del mondo del cinema, appartenenti alla dimensione della finzione, a essere coinvolte in una sorta di video-nemesi. Messa in scena, ricatto morale, inganno, scambio di ruoli tra vittima e carnefice, ci accompagnano alla ricerca di una possibile verità. 

Il film di Panahi ci trasporta in questo limbo, ci confonde, ci disorienta, ci pone davanti ai problemi con punti di vista sempre diversi, cangianti e forse inconciliabili. Il suo sarcasmo, il disincanto del suo sguardo, la sottile autoironia, l’essere dentro la storia come protagonista e dietro al film come regista, amplificano il continuo slittamento dei piani e dei ruoli, di realtà e rappresentazione. 

Tre volti
Regia: Jafar Panahi
Con: Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Maedeh Erteghaei, Narges Del Aram, Fatemeh Ismaeilnejad, Yadollah Dadashnejad, Ahmad Naderi Mehr, Hassan Mihammadi.
Produzione: Iran, 2018
Durata: 100 minuti

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher