Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018, arriva finalmente sugli schermi italiani l’ultimo film del maestro del cinema giapponese contemporaneo Kore’Eda Hirokazu, ormai entrato nella ristretta cerchia dei migliori autori dell’ultimo decennio. Avevamo già recensito su queste pagine “Ritratto di famiglia con tempesta” (2016), che proseguiva un poetico discorso visivo già intrapreso con “I Wish” (2011), “Father and Son” (2013) e “Little Sister” (2015).Le relazioni umane, e in particolare i legami familiari, sono da sempre al centro del cinema del regista di Tokyo. Un microcosmo simbolico, capace di proiettare le quotidiane vicende umane su scenari esistenziali più ampi e generali, che investono il destino dell’uomo e il senso ultimo della vita. Lontano da un freddo intellettualismo accademico, la sua analisi psicologica dei personaggi e delle loro dinamiche relazionali scaturisce dall’osservazione acuta della vita, dai gesti e dai dialoghi di ogni giorno. Il suo cinema possiede la capacità di raccontare gli aspetti drammatici della realtà con un tocco lieve, mai esasperato, e di farci invece percepire, come vedere in controluce, la profondità dei drammi esistenziali che accompagnano inesorabilmente le nostre vite.

È su questa apparente semplicità superficiale che Kore’Eda Hirokazu tesse le sue trame sottili, ma di una densa complessità di senso. Il suo delicato sguardo intimista non giudica, non propone facili verità: indaga, s’interroga, mette in luce contraddizioni, smaschera luoghi comuni. Il suo è un cinema destabilizzante, policentrico, irrisolto, in cui ogni punto di vista e ogni personaggio aprono una nuova prospettiva alla storia, che avanza cangiante senza una linearità eterodiretta, ma serpeggiando tra le difficolta, incerta e fragile. I protagonisti dei suoi film sono i più sinceri e autentici interpreti della condizione umana dei nostri tempi. Il bene e il male si confondono in una faticosa ricerca di un’identità, sradicata e corrotta, sconfitta e disillusa. 

Anche nel suo ultimo film ci troviamo di fronte alla messa in scena di una famiglia dai tratti molto particolari, in cui sfruttamento, illegalità, abbandono di ogni principio etico, sembrano dominare tutte le relazioni. Un piccolo universo disfunzionale, che sembra vivere di regole proprie, lontano dal diritto e dalle convenzioni sociali. Una sorta di comune anarchica e truffaldina, in cui ogni sentimento è mosso da un interesse, da un piccolo e spesso meschino tornaconto. Eppure l’irruzione della legalità, della norma suprema dello Stato, che cercherà di riportare l’ordine e di ricostruire le relazioni secondo i canoni socialmente condivisi, dimostrerà tutta la sua inadeguatezza, la sua incapacità di comprendere fino in fondo la realtà e i sentimenti autentici. 

Nella sua ultima opera tornano ad affacciarsi alcuni dei temi più cari a Kore’Eda Hirokazu: la riflessione sui rapporti parentali di sangue, messi a confronto con quelli creati per scelta, già affrontata in alcuni dei suoi precedenti film. La famiglia è per definizione qualcosa di naturale, che non si sceglie; cosa succede, invece, quando questa visione va in frantumi? Da che parte stanno il bene e il male? La scena finale del film svela questa irrisolta e irrisolvibile contraddizione, lasciandoci il cuore diviso e lacerato, proprio come capita nella vita.

Un affare di famiglia
Regia: Kore’Eda Hirokazu
Con: Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Kengo Kora, Chizuru Ikewaki, Sôsuke Ikematsu, Yôko Moriguchi.
Durata: 121 minuti
Produzione: Giappone 2018

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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