Il nuovo film di Steven Spielberg è uno splendido racconto in chiave thriller di uno degli episodi più controversi dell’eterno conflitto tra libertà di stampa e potere.Non è la prima volta che il regista americano volge lo sguardo verso momenti chiave del nostro passato: lo aveva già fatto con Schindler’s List (1993), Amistad (1997), Munich (2006), Lincoln (2012) e Il ponte delle spie (2015). Nella sua ultima opera, l’attenzione è concentrata sul famoso caso dei Pentagon Papers, scoppiato nell’America degli anni ’70. Il film esce in un momento particolare, in cui il dibattito sulle fake news è di grande attualità, e ha il merito di metterci in guardia sui veri pericoli della manipolazione dell’informazione e della menzogna mediatica.

The Post mette in scena i veri avvelenatori dei pozzi dell’informazione, coloro che dominano le fonti delle notizie e decidono a loro piacimento se diffonderle o meno, spesso con gravi omissioni o falsità. Vi ricordate il discorso tenuto nel 5 febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dall’allora Segretario di Stato Colin Powell sulla presenza negli arsenali dell’Iraq di armi chimiche e batteriologiche di distruzione di massa? Colossali fake news create strumentalmente dai Servizi Segreti americani. Gli Stati Uniti di George W. Bush e la Gran Bretagna di Tony Blair cominciarono l’invasione militare dell’Iraq il 20 marzo 2003, proprio basandosi su quelle affermazioni.
Si scoprì poi che gran parte delle prove utilizzate dagli USA per giustificare la guerra erano false e infondate: in Iraq non furono mai trovati né laboratori chimici mobili, né tanto meno arsenali di armi chimiche. A poco è valso il tardivo "I am sorry" di Tony Blair, che dodici anni dopo l’invasione ha chiesto scusa per gli errori commessi e per le errate valutazioni sull’Iraq di Saddam Hussein. 

A conferma che le false notizie dei Servizi Segreti Americani e della Casa Bianca del 2003 non sono state un caso isolato, il film di Spielberg ci racconta un altro grave episodio di manipolazione dell’informazione al servizio del potere politico e militare. Nel 1971, prima il «New York Times» e poi il «Washington Post» portarono alla conoscenza dell’opinione pubblica un rapporto top-secret che sarebbe diventato famoso con il nome di Pentagon Papers. Una relazione di oltre 7000 pagine, commissionata al tempo della guerra del Vietnam dal Segretario alla Difesa Robert McNamara, che smascherava tutte le menzogne diffuse da quattro diverse amministrazioni della Casa Bianca: Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson. 

I documenti rivelavano che i Presidenti degli Starti Uniti avevano consapevolmente ingannato l’opinione pubblica sulle operazioni americane in Vietnam. Mentre il Governo americano sosteneva di operare per la pace, gli Stati Maggiori dell’Esercito e la CIA non solo incrementavano l’impegno militare, ma coprivano vicende oscure di assassini, violazioni della Convenzione di Ginevra, elezioni truccate e menzogne raccontate al Congresso e al Paese. Un fuoco di sbarramento mediatico fatto di notizie false e di omissioni, mentre migliaia di ragazzi americani venivano arruolati e mandati a morire in Vietnam. 

I Pentagon Papers svelavano gli inganni che stavano dietro a una guerra costata la vita a 58.220 soldati americani e che ha causato la morte di oltre un milione di persone. Quando, la domenica del 13 giugno 1971, la prima pagina del «New York Times» uscì con il titolo Archivio Vietnam: gli studi del Pentagono rivelano 3 decenni di crescente coinvolgimento americano, scoppiò lo scandalo. Il 15 giugno l’amministrazione Nixon chiese alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione dei Pentagon Papers, sostenendo che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale. La Corte Suprema le diede ragione.
Il «Washington Post» riuscì a impossessarsi dei documenti originali e l’editrice Katharine Graham, insieme al fidato giornalista Ben Bradlee, si trovò davanti a un dilemma: ascoltare la propria coscienza e pubblicare le notizie, a costo di esporsi all’incriminazione per tradimento o cedere al potere della Casa Bianca e della Corte Suprema? 

Steven Spielberg racconta i drammatici giorni di quest’appassionante vicenda, con stile secco, teso e coinvolgente. Il film prende ben presto la strada del thriller politico, affrontando in chiave narrativa il discorso sull’etica e sul ruolo del giornalismo nella società, sul dovere di raccontare sempre la verità, anche quando è scomodo o pericoloso. 

Spielberg mette in mostra tutta la sua profonda conoscenza del cinema classico e degli archetipi dei generi hollywoodiani – cosa che gli ha sempre permesso di innovare e di fare un cinema personale senza allontanarsi troppo dalla tranquillizzante struttura narrativa per così dire “mainstream” a cui il pubblico è più abituato. È grazie a questa commistione tra poetica personale e tradizione, al suo talento di far correre treni nuovi su vecchi binari, che è riuscito a diventare un caso più unico che raro di regista amato tanto dai cinéphiles quanto dalle masse.
In The Post si muove con sicurezza nelle pieghe del racconto, riuscendo a creare un grande film d’azione senza mai perdere di vista le sfumature psicologiche dei personaggi principali, aiutato anche dalle grandi interpretazioni di Meryl Streep e Tom Hanks.
Con una certa esibita nostalgia per le rumorose rotative, i taccuini degli appunti, le caotiche redazioni dei quotidiani e il lavoro del cronista vissuto come una vera missione, Spielberg sembra ricordarci che anche nell’era digitale non dobbiamo dimenticare i vecchi cari principi del giornalismo deontologicamente corretto. Se linotype, inchiostri e caratteri in piombo appartengono al passato, l’impegno etico, la ricerca della verità, il coraggio nei confronti dei “poteri forti” sono stelle polari che non devono mai abbandonare chi si occupa d’informazione. Oggi ancora di più, se cercate fake news non andate sul web, ma guardate più in alto.

The Post
Un film di Steven Spielberg
Con Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon, David Cross
Produzione: USA, 2017
Durata: 118’

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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