La gente cerca di metterci sotto
(Parlando della mia generazione)
Solo perché ce la spassiamo in giro
(Parlando della mia generazione)
Le cose che fanno sembrano così terribilmente fredde
(Parlando della mia generazione)
Spero di morire prima di diventare vecchio
(Parlando della mia generazione)

Con queste parole cominciava la celebre canzone degli Who, che dal solco del vinile del loro primo LP (My Generation, 1965) invadeva le strade di Londra. Proprio sulle note della chitarra di Pete Townshend si apre il bellissimo documentario di David Batty, un vero tuffo nostalgico nella swinging London degli anni ’60.
Presentato fuori concorso alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva in questi giorni nelle sale italiane e non bisogna farselo scappare. A prenderci per mano e condurci in questo entusiasmante viaggio nel tempo è Michael Caine, il famoso attore londinese, che in quegli anni cominciava la sua carriera recitando sui palcoscenici teatrali di periferia.
Straordinari materiali d’archivio, brani di film e concerti, interviste e testimonianze dei protagonisti dell’epoca ci restituiscono un vibrante affresco di un luogo e di un momento storico in cui tutto sembrava possibile e ognuno si sentiva libero di vivere la propria vita senza condizionamenti sociali, religiosi o familiari. Oltre 1.600 ore di riprese provenienti da Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa, tra cui molte appartenenti al famoso filmmaker Peter Whitehead, con protagonisti Michael Caine, Mick Jagger, Julie Christie, i Rolling Stones e tanti altri.
Per lasciare intatto il sapore dell’epoca, il regista ha deciso di non ritoccare in post-produzione le imperfezioni e i difetti della pellicola presenti sugli originali. La sensazione è di quell’autenticità un po’ “sporca” e ruvida, paragonabile a quella che percepiamo ascoltando un consunto LP in vinile.

Racconta Michael Caine: «Per la prima volta nella storia la giovane classe operaia si è battuta per se stessa e ha detto, siamo qui, questa è la nostra società e non ce ne andremo!».
Figlio di una donna delle pulizie e di un pescivendolo dei mercati generali, Michael Caine si è ribellato a un destino già scritto. Grazie alla passione per il teatro e al suo talento naturale, è riuscito ben presto a ritagliarsi un posto al sole nel mondo dello spettacolo, scardinando le rigide gerarchie dominanti nella società britannica, elitaria e classista. Come lui, molti giovani del proletariato decidono di ribellarsi al conservatorismo oppressivo dell’upper class, che godeva di una situazione di privilegio nella società inglese dell’epoca.
Il film comincia con immagini in bianco e nero di una Londra cupa e grigia, immobile in un presente senza tempo, dominato dalla Casa Reale e da un’aristocrazia destinata a occupare per nascita tutti i posti socialmente più prestigiosi. Una costruzione gerarchica immobile, cristallizzata nei secoli, che non dava alcuna speranza di ascesa sociale ai figli del proletariato e sottoproletariato urbano.
L’esplosione della cultura pop nella Londra degli ani ‘60 nasce proprio dal desiderio di ribellarsi a una visione dell’esistenza schiacciata dalla disciplina e dall’accettazione di rigide regole sociali, scritte a proprio vantaggio da chi da sempre deteneva il potere. I giovani si affacciano da protagonisti alla storia, ripudiando la strada indicata dai genitori, per cercare di creare un mondo nuovo.
La musica degli Who, dei Rolling Stones, dei Beatles, la moda trasgressiva di Mary Quant, le figure femminili di Twiggy, Joan Collins e Marianne Faithfull, le icone creative di David Hockney, Brian Duffy, Barbara Hulanicki (BIBA), Jean Shrimpton, Vidal Sassoon, Keith Richards e David Bailey si prendono di forza il palcoscenico di Londra. È l’irruzione nella vita delle sonorità rabbiose delle chitarre elettriche, delle voci graffianti e “maleducate” di Roger Daltrey e Mike Jagger. Le strade si riempiono di abiti dai colori psichedelici, le gonne delle ragazze si accorciano e i capelli dei ragazzi si allungano. Tutto sembra mescolarsi, i vecchi confini scompaiono, gli steccati sono travolti da un’onda d’esuberante libertà. Cresce la voglia di sperimentare tutto, di andare oltre i confini, anche con le pericolose derive verso le droghe e l’LSD, che segneranno il punto di non ritorno di molte preziose vite artistiche.
Non si tratta solo di minigonne e musica rock, ma di un periodo di conquiste sociali, di emancipazione femminile, di libertà sessuale, di nuove forme d’espressione in capo artistico e cinematografico. Il documentario ha il pregio di restituirci queste atmosfere e queste emozioni, non solo con la presenza narrante di Michael Caine, ma soprattutto attraverso le testimonianze d’epoca dei protagonisti.
È questo grande lavoro di ricerca, di selezione e montaggio a rendere così vivo e coinvolgente il film, cosa rara per un’opera di natura documentaristica. Viene in mente Michelangelo Antonioni, con il suo straordinario Blow-Up (1966), Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1967, che restituiva le stesse suggestioni, nel tentativo di mettere in forma e dare un senso a una società in cambiamento, a riflettere su realtà e apparenza, sui loro ambigui confini visivi ed esistenziali. Un discorso che si ritrova poi anche in Zabriskie Point (1970); un vero “trip” visionario e profetico, che già preannunciava la fine di un’epoca e di un modello sociale.

My Generation
Un film di David Batty 
Con: Michael Caine e il contributo di David Bailey, Joan Collins, Roger Daltrey, Dudley Edwards, Marianne Faithfull, Barbara Hulanicki, Lulu, Paul McCartney, Terry
O’neill, David Puttnam, Mary Quant, Mim Scala, Sandie Shaw, Twiggy.
Produzione: UK, 2017
Durata: 85 minuti

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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