Da qualche giorno è nelle sale il film “L’insulto”, candidato per il Libano agli Oscar 2018 come Miglior Film Straniero e già presentato nella Selezione Ufficiale dell’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dove l’attore protagonista Kamel El Basha si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.Il regista Ziad Doueiri è nato a Beirut ed è cresciuto durante il difficile periodo della guerra civile che ha devastato il Libano dal 1975 al 1990. A vent’anni si trasferisce negli Stati Uniti, dove si laurea in cinema, alla San Diego State University. 

Dopo alcune collaborazioni a Los Angeles, esordisce alla regia con West Beirut, proiettato al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs con un buon successo di critica. I film successivi, Lila Dice (2004) e The Attack (2012), sono stati presentati e premiati ai più importanti Festival internazionali e hanno fatto conoscere al pubblico Ziad Doueiri come uno dei cineasti più sensibili e interessanti del panorama mediorientale.

La sua ultima opera è ispirata a un episodio realmente accaduto, come lo stesso regista ha dichiarato in una conferenza stampa: 

La premessa per il film era qualcosa che in effetti è accaduta a me molti anni fa a Beirut. Ebbi una discussione con un idraulico, una cosa molto banale, ma i temperamenti sono andati scaldandosi velocemente, e praticamente dissi le stesse parole che sono nel film. L’incidente avrebbe potuto anche essere irrilevante, ma non i sentimenti subcoscienti. Quando ti escono parole simili, è perché sono stati toccati sentimenti ed emozioni molto personali. Successivamente mi resi conto che questo era del buon materiale per una sceneggiatura.

L'innesco del film è un piccolo diverbio tra il capo cantiere Yasser e Toni, proprietario di un appartamento, durante i lavori di ristrutturazione di un edificio. Lo scontro verbale si chiude con un insulto di Yasser che scatena l’ira di Toni. Una banale questione privata si carica di significati che trascendono i fatti e chiama in causa vecchi rancori tra culture e religioni diverse: Toni è un libanese cristiano, mentre Yasser è un palestinese. 

La narrazione si dipana con un crescendo di tensione emotiva che esaspera i sentimenti e porta la psicologia dei protagonisti fino al punto di rottura. Una sfida tra due uomini che ricorda gli archetipi dei duelli del genere western, in cui nessuno dei protagonisti sembra disposto a fare un passo indietro davanti all’avversario. Il film si concentra all'inizio sulle figure contrapposte dei due contendenti, per poi aprirsi e distendersi verso orizzonti sempre più ampi e articolati. I due uomini diventano portavoce di due storie paradigmatiche della comunità libanese e pian piano fanno riemergere dalla memoria personale i segni del conflitto che ha segnato il paese per decenni. 

Dal piano privato si passa ben presto alla dimensione sociale: attraverso le esistenze di Yasser e Toni comprendiamo non solo il dramma del Libano, ma più in generale le conseguenze devastanti di una guerra sulla popolazione civile. La denuncia di Toni contro Yasser diventa il pretesto per uno scontro politico e religioso tra due fazioni opposte. Il paese scopre d’improvviso che la fine della guerra ha lasciato molte ferite ancora aperte e molte questioni irrisolte. 

Anche se il conflitto libanese si è chiuso ufficialmente nel 1990 con una sostanziale amnistia, senza vinti né vincitori, nel tessuto sociale sono rimaste velenose scorie. Drammi personali, odio, sentimenti di rivalsa e vendetta sono solo assopiti sotto le ceneri e senza una vera riappacificazione sociale rischiano di tornare a galla. 

Ziad Doueiri è bravissimo a portare il film in un territorio in cui non ci sono verità assolute. Tutti e due i personaggi hanno delle colpe e delle ragioni da difendere. Il loro comportamento scaturisce più dalle tragiche esperienze del passato che dalla situazione contingente. Sono vittime della storia del Paese, di eventi più grandi delle loro piccole vite. Le macerie della guerra pesano in modo ineluttabile sui loro comportamenti, creando visioni distorte, rancore e odio che hanno radici profonde nel dramma della guerra civile. Il processo diventa per Toni e Yasser un’opportunità per fare i conti con il proprio passato, rimosso e celato come un doloroso tabù. Un modo per ritrovare una propria identità e dignità umana e per ricominciare a vivere un’esistenza finalmente libera. E sono soprattutto le figure femminili del film a indicare la strada della comprensione reciproca, di una possibile riappacificazione e del perdono. 

Il film ha il pregio di raccontare una storia che va oltre i confini del Libano, per assumere una dimensione universale. La vicenda di Toni e Yasser diventa simbolo di ogni conflitto, non solo tra uomini, ma anche tra nazioni, tra culture e religioni. 

Ziad Doueiri mostra con ottimismo che una soluzione è possibile se si ha il coraggio di guardare nel proprio animo in modo sincero e di aprirsi all’altro senza pregiudizi. Il film è lo splendido scontro e incontro tra due uomini feriti dalla vita, che non diventeranno mai amici, ma impareranno a convivere e a rispettarsi.

L’insulto
Un film di Ziad Doueiri
Con Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salamé, Diamand Bou Abboud.
Produzione: Libano, 2017
Durata: 113 minuti

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
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