Jean-Luc Godard ha rappresentato l’anima più rivoluzionaria e radicale della Nouvelle Vague. Il suo modo di girare provocatorio, irriverente e innovativo ha segnato una delle tappe fondamentali della storia del cinema. Autore complesso e profondo, ha vissuto il cinema non solo come una professione, ma come un’esperienza di vita totale, che comprendeva anche gli aspetti politici e ideologici dell’esistenza.Godard è il tipico esempio di cineasta engagé, che si pone costantemente il problema del suo ruolo nella società e del senso delle sue opere all’interno di un più ampio contesto culturale. Michel Hazanavicius si sofferma più sugli aspetti privati che sulla sua carriera d’artista, interpretando il travaglio e la crisi di un uomo che ha vissuto intensamente il suo tempo senza rinchiudersi nelle stanze ovattate del cinema. 

Il film ci porta a Parigi nel 1967 e ci racconta il Godard uomo, attraverso il racconto della sua storia d’amore con la giovane attrice Anne Wiazemsky. Godard è un autore affermato della Nouvelle Vague. Ha già firmato una serie di opere che hanno cambiato il volto del cinema: Fino all’ultimo respiro (1960), Questa è la mia vita (1962), Il disprezzo (1963), Band à part (1964), Il bandito delle 11 (1965), Agente Lemmy - Caution: mission Alphaville (1965), Due o tre cose che so di lei (1966), Il maschio e la femmina (1966) e Week end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica (1967).

Quando esce nelle sale il suo nuovo film, La cinese, la critica si divide, e il pubblico non comprende questa rigida deriva ideologica verso il maoismo. Godard avverte il disagio di chi sembra aver perso il contatto con la realtà e comincia a rimettere in discussione il suo lavoro e le sue idee sul cinema. Le manifestazioni di protesta del maggio ’68 non faranno che amplificare questo desiderio di comprendere il mondo che lo circonda, le istanze e le rivendicazioni sociali della classe operaia e degli studenti. 

Per Jean-Luc comincia un periodo di radicalizzazione ideologica, che lo porta a trasformarsi da regista artista in intellettuale militante. Le sue giornate trascorrono tra manifestazioni, cortei, assemblee. Le strade di Parigi diventano la sua casa, la macchina da presa serve solo per documentare la realtà.

eMa questa immersione nella società non fa che portare a galla le contraddizioni tra la sua vita borghese e il mondo che lo circonda. I ragazzi delle università lo contestano, lui stesso diventa simbolo del sistema che vorrebbe combattere. La sua intransigenza ideologica si sposa con una profonda crisi artistica, che mette in discussione la sua identità di uomo e di regista. A farne le spese è la sua relazione sentimentale, sempre più burrascosa e conflittuale. 

Il regista Michel Hazanavicius ci restituisce un ritratto umano di un Godard irrisolto, scontroso e a volte caratterialmente insopportabile. Un uomo attorcigliato attorno ai suoi dubbi, incapace di risolvere le sue più profonde contraddizioni, che fatica a ritrovare la strada di un percorso artistico in cui incanalare le sue caotiche e schizofreniche energie. 

Il divertente tormentone degli occhiali, che più volte cadono a terra rompendosi, diventa non solo metafora di una miopia di fronte alla realtà, ma anche di perdita dello sguardo in senso cinematografico. Godard sembra aver smarrito il suo punto di vista sul mondo, la sua idea di cinema. I suoi occhi e la sua macchina da presa vagano alla vana ricerca di una nuova strada espressiva, senza riuscire ad approdare a nulla di concreto. Non vuole tornare a fare i film che gli hanno dato fama e successo. Un cinema che ormai considera come qualcosa di lontano e inadeguato al presente. 

La partecipazione alla contestazione del Festival di Cannes del 1968, che porterà alla sospensione dell’evento, segna il punto di rottura definitivo con il passato, con “l’istituzione cinema” ma anche con amici e colleghi. Come conciliare la sua vita agiata e borghese di artista di successo, di marito geloso e possessivo, con lo slancio rivoluzionario e le teorie maoiste? Una sintesi impossibile che porta Godard in una pericolosa spirale di amore e odio verso il mondo e verso sé stesso. È frutto di questo caotico periodo l’utopistica esperienza del film Vento dell’Est (1969) prodotto dal Gruppo Dziga Vertov, secondo dogmatiche teorie maoiste di organizzazione del lavoro e delle riprese e il tentativo di suicidio dopo la definitiva rottura con Anne. 

Ci vorrà molto tempo per ritrovare il Godard uomo e regista. Nel 1972 uscirà Crepa padrone, tutto va bene, nel 1980 Si salvi chi può (La vita), ma bisognerà attendere Prénom Carmen (1983) e Je vous salue Marie (1984) per poter vedere un po’ del cinema del miglior Godard. 

Tuttavia, è proprio sul versante del cinema puro che delude il film di Hazanavicius. Il regista si limita a raccontare una biografia e la rivoluzione del ’68 in modo piuttosto piatto e impersonale, senza andare oltre una semplice narrazione degli eventi. Da un punto di vista prettamente cinematografico, l’opera è l’esatto contrario dell’esperienza della Nouvelle Vague, continuamente impegnata sul fronte del rinnovamento e della sperimentazione.

La regia di Hazanavicius manca di una solida impronta stilistica, tanto da risultare spesso anonima e debole. Proprio la grande lezione sulla forma, sulle scelte autoriali forti e riconoscibili dei registi della Nouvelle Vague sembra dimenticata, tradita. La narrazione scorre nel tranquillizzante alveo di un cinema senza sorprese, sempre uguale a se stesso. Proprio ciò che non amava Jean-Luc Godard.

Il mio Godard

Regia: Michel Hazanavicius
Con: Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Grégory Gadebois, Micha Lescot, Louise Legendre, Jean-Pierre Mocky, Tanya Lopert, Lola Ingrid Le Roch, Eric Marcel 
Durata: 102 minuti
Produzione: Francia, 2017

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