Per tutti gli appassionati di vino la Borgogna rappresenta una terra mitica, regno dei più grandi Pinot noir e Chardonnay del mondo. Una regione che ha conosciuto la viticoltura fin dai tempi della conquista dei Romani e che attraverso i secoli ha conservato e affinato le antiche tradizioni. Grazie all’opera dei monaci benedettini e cistercensi, che nel corso del Medioevo hanno classificato il territorio in parcelle denominate climat; sono state poi create le Appellation d'Origine Contrôlée della Borgogna: Regionali, Village, Premier Cru e Grand Cru.Il binomio cinema e vino non è una novità. Sono molte le pellicole ispirate al mondo del vino. Tra i maggiori successi ricordiamo Il profumo del mosto selvatico (1995) di Alfonso Arau, Sideways - In viaggio con Jack (2004) di Alexander Payne, A Good Year (2006) di Ridley Scott e i famosi documentari di Jonathan Nossiter, Mondovino (2005) e Resistenza naturale (2014).
Questa volta tocca al regista francese Cédric Klapisch confrontarsi con quest’affascinante universo; una scelta non casuale, se consideriamo che Cédric ha ereditato la passione per il vino dal padre, grande amante proprio della Borgogna. Ma per Klapisch il tema del vino e il paesaggio di questa regione sono funzionali al mettere in scena il suo cinema. Sì, perché anche se la versione italiana del titolo nomina apertamente e furbescamente la terra del Pinot noir, quello originale, Ce qui nous lie, ci riporta subito al nocciolo centrale dell’opera: i rapporti tra le persone, e in particolar modo quelli non sempre facili all’interno della famiglia.
Questo è ciò che interessa veramente a Klapisch: le persone e i loro sentimenti, sempre al centro della narrazione. Nel suo primo successo, Ognuno cerca il suo gatto, (1996) la ricerca di un piccolo felino si trasforma in un itinerario d’insoliti incontri; in Aria di famiglia (1997) è il festeggiamento di un compleanno a portare a galla incomprensioni e vecchie ruggini tra parenti; in Peut-être (1999) un uomo, che nonostante le insistenze della compagna non vuole diventare padre, viene proiettato nel futuro dove incontrerà suo figlio. Ne L’appartamento spagnolo (2002), Klapisch amplia la tematica delle relazioni interpersonali con un film corale sulla generazione Erasmus. Un tema su cui ritorna, dopo la parentesi polar di Autoreverse (2003), con Bambole Russe (2005), prosecuzione narrativa ed esistenziale di L’appartamento spagnolo, che vede lo stesso protagonista alle prese con le prime scelte di vita, un po’ come Jean-Pierre Léaud nei film di Truffaut. I due film più recenti, Parigi (2008) e Rompicapo a New York (2013), confermano il talento del regista francese nel raccontare le vite quotidiane, i sentimenti, i momenti di crisi, i rimpianti e gli abbandoni.

Gli stessi temi che ritroviamo anche nell’ultima opera, in cui il protagonista, il giovane Jean, in conflitto perenne con il padre, si è allontanato dalla famiglia di origine, proprietaria di una vigna a Meursault: dieci anni dopo, Jean torna a casa dalla lontana Australia per stare vicino al padre gravemente malato. È ancora la famiglia al centro del discorso filmico di Klapisch, vista più come territorio di conflitti e di frustrazioni che come fonte di armonia e serenità. Alla morte del padre i tre figli si trovano a dover decidere cosa fare della tenuta e a dover fare i conti con una tassa di successione troppo alta per le loro possibilità. I progetti e le speranze di Jean, del fratello Jérémie e della sorella Juliette si scontrano e s’intrecciano in un intricato groviglio di trame sentimentali ed esistenziali.
Klapish si muove con disinvoltura tra i flashback del passato e il presente, con sequenze che annullano la dimensione temporale e fanno convivere nella stessa inquadratura infanzia ed età adulta in un’atmosfera di nostalgia e rimpianto, che sembra addolcire e stemperare la rabbia e le incomprensioni. La morte del padre diviene una sorta di detonatore emotivo in grado di risvegliare non solo i vecchi ricordi, ma anche l’assopita energia vitale dei figli. Liberati dalla pesante ombra paterna, i tre fratelli si trovano a dover superare la linea d’ombra dell’esistenza e ad affrontare senza timori le scelte fondamentali della loro vita. Per Jean, Jérémie e Juliette è giunto il momento della prima vendemmia da soli, una sorta di rito d’iniziazione, che diviene simbolo di un definitivo ingresso nell’età adulta.

Quello che il mondo del vino porta di nuovo nel cinema di Klapisch è il respiro della natura, con i suoi paesaggi che mutano al cambiare delle stagioni, con i suoi spazi aperti e i suoi orizzonti. Abituato ad ambientare le sue storie prevalentemente in ambito metropolitano, Klapisch si confronta con le dolci colline della Borgogna e con i colori cangianti delle vigne, e senza scadere nella facile fotografia patinata, interpreta la natura e i suoi cambiamenti attraverso la chiave di lettura del tempo, della continua mutazione, ma anche del ritorno e del ripetersi delle stagioni, rafforzando a livello iconografico ciò che accade nella vita dei protagonisti.

Ritorno in Borgogna
Regia: Cédric Klapisch
Con: Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde, Yamée Couture, Karidja Touré, Florence Pernel, Jean-Marie Winling, Éric Caravaca, Tewfik Jallab
Durata: 113 minuti
Produzione: Francia 2017

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
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