Ci sono molti modi di affrontare il fenomeno dell’arrivo in Europa di rifugiati politici e di migranti in cerca di una vita migliore. Dalle politiche dell’accoglienza fondate sui valori della solidarietà umana e dell’amore per il prossimo, alla visione un po’ burocratica e formale dell’Unione europea, fino alle reazioni di chiusura e di rifiuto di ogni assistenza, che portano a erigere veri e propri muri, nell’illusoria idea di proteggere i confini e le risorse nazionali. Lo sguardo di Aki Kaurismäki ci offre un altro punto di vista sulla vicenda – uno sguardo lontano da ogni giudizio e pregiudizio religioso o ideologico, che affonda le radici nella sua visione del mondo e nella sua poetica, influenzate anche dalle sue esperienze di vita e dal suo percorso professionale, abbastanza atipico.
La passione per il cinema lo cattura fin dall’infanzia. Ben presto comincia a frequentare avidamente cinema d’essai e cineteche e a scrivere di cinema. Tuttavia, per sbarcare il lunario, si guadagna da vivere facendo un po’ di tutto, senza disdegnare i lavori manuali più umili. Viene così a contatto con la realtà quotidiana dei ceti sociali più poveri, conosce direttamente quella parte della società, costretta tutti i giorni a fare i conti con i pochi soldi a disposizione per sopravvivere e tirare avanti tra mille difficoltà.
Un’esperienza che segnerà profondamente tutto il suo cinema, sempre abitato da personaggi borderline, che vivono ai margini della società e del sistema di valori dominanti. Un universo di diseredati, di umili, di dimenticati, portato però sullo schermo senza il realismo combattivo e rivoluzionario di Ken Loach, ma con uno stile ironico, surreale, con una leggerezza che non cade mai nella superficialità. Le sue opere, anche quando affrontano temi importanti, lo fanno con toni lievi, capaci di divertire e di mostrare il lato ironico della vita.
Il suo è un cinema volutamente minimalista, fatto di piccole storie, di personaggi e situazioni quotidiane, di attori poco noti. L’esatto contrario della logica dei blockbuster americani. Anche da un punto di vista economico sono film a basso costo, all’inizio della carriera realizzati con la piccola casa di produzione creata con l’aiuto del fratello. Ricordiamo solo qualche titolo di una carriera straordinaria: La fiammiferaia (1989), Ho affittato un killer (1990), Vita da Bohème (1992), Nuvole in viaggio (1996), L’uomo senza passato (2002), fino ad arrivare al più recente Miracolo a Le Havre (2011), che anticipa i temi dell’ultimo film e segna il punto in cui l’universo poetico degli ultimi, già caro a Aki Kaurismäki, si salda con il tema dell’immigrazione.

Da pochi giorni è in sala L’altro volto della speranza, presentato al Festival di Berlino 2017, dove si è aggiudicato il premio per la Miglior Regia. Protagonista del film è Khaled, un giovane rifugiato siriano, che dopo aver raggiunto Helsinki in modo rocambolesco fugge da un centro di accoglienza perché capisce che la sua domanda d’asilo non sarà accettata. Sulla sua strada si imbatte in un ex commesso viaggiatore proprietario di un improbabile ristorante, in violente bande razziste e in un mondo di personaggi disillusi, emarginati e surreali, che sapranno però tendergli la mano. 

Lontano dall’essere un film a tesi, in cui il mondo si divide in buoni e cattivi, l’opera si tiene lontana dal rischio di voler emettere giudizi o proporre soluzioni a un fenomeno così complesso come l’immigrazione. Lo sguardo del regista si sofferma come sempre sulle figure umane, sui loro sentimenti, sulle loro storie e sui loro incontri. Ambientazioni scarne ed essenziali, caratterizzate dalla predilezione di Kaurismäki per le atmosfere notturne, si fondono in un mondo paradossale grazie a dialoghi al limite del surreale, situazioni e contesti stranianti, personaggi sempre un po’ naïf. Come se uno specchio deforme riflettesse la realtà portando in primo p

Il cinema di Kaurismäki accompagna lo spettatore in un universo poetico attraversato da un’ironia sottile e dissacrante, ma gentile, che alleggerisce ogni tentazione di scivolare nel melodramma o nella facile denuncia sociale. Il film porta a riflettere senza proporre tesi, bensì semplicemente mostrando la realtà che ci circonda, abbandonando ogni sovrastruttura e ogni abituale metro di giudizio. È questo il miracolo del cinema del maestro finlandese, la semplicità che scaturisce dalla capacità di riconoscere l’umanità sempre e comunque e di portarla al centro della messa in scena. 

L’altro volto della speranza
Regia: Aki Kaurismäki
Con: Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen, Simon Al-Bazoon, Kati Outinen, Tommi Korpela, Ville Virtanen, Matti Onnismaa
Durata: 98 min. 
Produzione: Finlandia 2017

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
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