La first lady per eccellenza, simbolo indiscusso di eleganza e stile, è la protagonista dell’ultimo film del regista cileno Pablo Larraín, uno degli autori più originali del panorama cinematografico. A pochi giorni dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, un giornalista incontra Jackie per un’intervista sulle drammatiche vicende di Dallas. Questo è l’inizio del film. Ma chi era in realtà Jackie?

Jacqueline Lee Bouvier nasce il 28 luglio 1929 da una ricca famiglia dell’alta società newyorkese. Dopo il college prosegue gli studi laureandosi in letteratura francese alla George Washington University. Nel mezzo, un lungo soggiorno studio alla Sorbonne di Parigi, che segna in modo indelebile la sua formazione culturale. Dopo la laurea lavora prima come fotografa e poi come giornalista. Proprio grazie al suo lavoro conosce il futuro marito John Fitzgerald Kennedy: un matrimonio apparentemente perfetto, ma che dietro la superficie lucente e glamour di fama, bellezza e successo, nasconde una vita di coppia quantomeno tormentata.

Ma torniamo al film. Cosa racconta Pablo Larraín di Jackie? Il regista restituisce l’immagine di una donna dalla freddezza inquietante, calcolatrice, completamente calata nel suo ruolo pubblico, consapevole di essere destinata a rappresentare un pezzo di storia americana: il ruolo di first lady interpretato in chiave estremamente moderna, con un’attenzione maniacale alla superficie estetica dell’esistenza. Più che una seconda pelle, i suoi abiti sembrano incarnare la sua stessa essenza, farsi corpo; nel film diventano un motivo ricorrente, che scandisce la sua vita in modo quasi morboso – una sorta di dipendenza compulsiva dall’estetica, fino ai manichini dei negozi con modelli ispirati al suo stile osservati attraverso i vetri della sua auto.
Le riprese televisive del famoso tour della Casa Bianca, nel 1962, svelano già un’istintiva attitudine all’uso dei media. Jackie è una vera pioniera del ruolo sociale che oggi hanno assunto i personaggi pubblici dell’establishment politico.

Le lucide e algide risposte di Jackie al giornalista, come i suoi ricordi degli ultimi giorni con John Kennedy, svelano una memoria spesso manipolata, una regia che filtra la realtà piegandola allo storytelling più conveniente per l’ex first lady. Il punto di vista narrativo è nelle mani di Jackie, e Larraín ci mette subito in guardia sull’affidabilità della nostra unica fonte. Alla presenza dell’intervistatore, Jackie dice e fa cose che poi gli vieta di riportare, chiarendo subito con lui e con noi che il suo racconto è parziale, a rischio di omissioni, censure e menzogne. Da quel momento in avanti lo spettatore è costretto alla diffidenza, il che contribuisce a creare ancora più distanza e renderà difficile una qualsiasi forma di empatia con la protagonista – una distanza sottolineata da una dimensione spaziale geometricamente fredda e asettica: dai corridoi della Casa Bianca alla sua residenza, Jackie sembra percorrere luoghi astratti, vivere in uno spazio altro, sempre lontano dalla realtà.
Nelle sequenze finali del film, la rilettura e la revisione del testo dell’intervista da parte di Jackie ribadiscono la sua ossessione per il controllo, per la costruzione di una storia che non sappiamo più quanto abbia a che fare con la verità: una versione dei fatti unilaterale ma destinata a diventare ufficiale.
Proprio la struttura narrativa del film è l’aspetto più interessante, su cui vale la pena concentrare l’attenzione. Una soluzione di messa in forma della storia che incide profondamente con la nostra percezione degli avvenimenti, della figura e della psicologia di Jackie. Non è ciò che accade a Dallas e nei giorni immediatamente successivo a essere importante, ma come viene narrato. Il punto di vista diventa protagonista e non ci interessa più che cosa si racconta, ma solo in che modo.
Il discorso metalinguistico di Larrain si sviluppa en abîme: dall’intervista (che è una farsa: il giornalista, più che fare domande, annota diligentemente i racconti della first lady), ai flashback, ai notiziari televisivi inseriti dentro la narrazione. Un gioco di matrioske mediatiche che ci allontana sempre di più dai fatti e che costruisce un'impressione di verosimiglianza coerente con la visione di Jackie.

Jackie
Regia: Pablo Larrain
Con: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, John Carroll Lynch, Beth Grant, Max Casella, Caspar Phillipson, Sunnie Pelant, Corey Johnson 
Durata: 91 min. 
Produzione: USA-Cile, 2016

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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