Capita spesso di veder trattati con un certo snobismo intellettuale i film di genere, forse dimenticando, per esempio, che tutti i più grandi capolavori di Stanley Kubrick sono in realtà anche film appartenenti ai principali generi classici del cinema hollywoodiano. Anche senza voler scomodare paragoni troppo impegnativi, possiamo però goderci in sala un thriller psicologico di buona fattura, interpretato con una camaleontica plasticità recitativa da uno stupefacente James McAvoy.
Si tratta di Split, l’ultimo film di Shyamalan, che ha firmato alcuni dei più inquietanti thriller psicologici degli ultimi decenni. Giusto per inquadrare l’autore, ricordiamo il thriller paranormale Il sesto senso (1999), Signs (2002), che si muove tra fantascienza e politica, il misterioso e suggestivo The Village (2004), e il recente The Visit (2015), che ruota attorno alla prigione psicologica dei legami familiari.
Figlio di un medico psicologo e laureato in cinematografia, Manoj Nelliyattu Shyamalan sembra restare profondamente influenzato dalla professione del padre, dirigendo la sua attenzione verso i lati oscuri dell’uomo, le sue misteriose zone d’ombra, le psicologie deviate, i percorsi misteriosi e inquietanti della mente. Nell’ultimo film affronta il tema del disturbo dissociativo d’identità, una sindrome psicologica che genera nello stesso individuo la presenza di personalità multiple. Un inquietante puzzle d’identità separate, che di volta in volta s’impossessano del soggetto plasmandone momentaneamente la personalità.
Non certo un argomento nuovo per il cinema, che anche in passato ha abbondantemente trattato questo disturbo psicologico in La donna dai tre volti (1957) di Nunnally Johnson, Psycho (1960) Alfred Hitchcock, Vestito per Uccidere (1980) e Doppia personalità (1992) di Brian De Palma, Sybil (2007) di Joseph Sargent e Shelter-Identità paranormali (2010) di Måns Mårlind e Björn Stein.

Il protagonista di Split di personalità ne ha ben 23, accertate e conosciute dalla psicologa che lo cura, e una nascosta, la più pericolosa, quella di un violento e sadico assassino. In preda a una delle sue molteplici personalità, rapisce tre ragazze all’uscita di una festa e le rinchiude nel suo scantinato. Le ragazze faranno la conoscenza con i vari volti che abitano la mente del loro sequestratore, bambino, donna, giovane dandy, psicotico maniaco e via dicendo. Se due delle ragazze, molto amiche tra di loro, sono terrorizzate, la terza, solitaria e introversa, sembra da subito più padrona della situazione, tanto da comprendere per prima cosa sta accadendo. Sarà proprio il suo stesso, doloroso passato a fornirle una chance di salvezza.
Il film non è solo un thriller psicologico dai meccanismi perfetti, ma anche un viaggio intermittente nei diversi linguaggi espressivi dei generi classici. Ogni volto del protagonista porta in scena un diverso registro comunicativo, ogni psicologia muta le atmosfere della narrazione in un susseguirsi continuo di disorientanti variazioni sul tema, una sorta di esercizio di stile dentro il film. Nella vicenda della trama è un percorso a montagne russe, che disorienta le ragazze, vittime sacrificali di un orrendo destino che lentamente cominciano a intuire.
Manoj Nelliyattu Shyamalan non orchestra solo con mano sicura ed esperta tutti i tòpoi e le situazioni del genere, ma crea un universo psicologico volutamente ambiguo e instabile anche dal punto di vista narrativo. Lo spettatore non si trova solo nei panni della vittima sacrificale, ruolo terrificante ma psicologicamente chiaro e paradossalmente accettabile: il male non è solo una minaccia esterna, e si devono fare i conti anche con i punti di vista contraddittori, sconvolgenti e devianti del carnefice. Il male è parte della psiche umana, qualcosa che appartiene alla nostra natura, anche se cerchiamo ostinatamente di rifiutarlo.
Questo transfer all’interno di un territorio psicologico che non vorremmo mai attraversare è sicuramente l’aspetto più interessante e turbante del film. L’ineluttabile empatia con una mente malata crea disorientante imbarazzo, istintiva fuga e repulsione. Forse perché anche noi, cosiddetti “normali”, pur avendo una sola personalità, in realtà ci portiamo dentro molteplici sfaccettature, aspetti latenti, più o meno repressi, della nostra personalità, che preferiamo spesso tenere silenziosi. Attraversare la mente del protagonista può essere l’occasione per fare un salutare e autentico viaggio dentro noi stessi, sporgersi sull’orlo del precipizio, per portare alla luce e accogliere anche le zone d’ombra abitate da inconsce rimozioni. Abbracciare tutto di noi, il bene e il male, senza false e ipocrite autocensure. 

Split
Regia: M. Night Shyamalan
Con: James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, Brad William Henke, Kim Director, Lyne Renee 
Durata: 147 min. 
Produzione: USA, 2017

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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