Arriva finalmente sul grande schermo l’atteso film di Martin Scorsese «Silence». Un’opera dalla gestazione lunghissima e travagliata, che ha accompagnato per quasi trent’anni la carriera del regista americano. Il film è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore giapponese Shusaku Endo, che racconta la storia vera di alcuni missionari gesuiti e del loro tentativo di testimoniare e diffondere la religione cristiana nel Giappone del 1600. Il rapporto di Scorsese con il mondo religioso ha radici antiche e profonde, che affondano nei primi anni della sua infanzia. Figlio d’immigrati siciliani, il piccolo Martin viene educato secondo i principi del cattolicesimo tradizionale. Fa il chierichetto e all’età di 14 anni entra addirittura in seminario, che abbandonerà però dopo soli sei mesi. Un imprinting religioso che ha segnato la sua formazione culturale in ambito familiare e che riemerge spesso nel suo cinema, in modo più o meno sotterraneo. Da Mean Streets (1973) a Taxi Driver (1976), da L’ultima tentazione di Cristo (1988) a Gangs of New York (2002), il suo cinema affronta quasi in maniera filosofica i grandi temi esistenziali e religiosi della colpa, del peccato, del perdono e della redenzione.
Dunque se è difficile parlare di Silence come approdo definitivo di un autore così complesso, sfaccettato e inquieto, sicuramente siamo di fronte di una tappa fondamentale del suo intimo e personale rapporto con la religione.

Due giovani gesuiti, padre Garape e padre Rodrigues, decidono di partire per il Giappone alla ricerca del loro vecchio maestro, padre Ferreira, che pare abbia rinnegato la fede cattolica. Il momento non è dei migliori. In Giappone i cristiani sono perseguitati da uno spietato tribunale dell’inquisizione, che vuole estirpare sul nascere ogni presenza del cristianesimo. Le immagini iniziali, rarefatte ed evanescenti, ci catapultano nelle atmosfere da infernale girone dantesco, con pesanti vapori che avvolgono le strazianti sofferenze dei cristiani torturati.
Fin dalla prima sequenza, la religione sembra portare con sé un carico di dolore e pene che riveste di tragedia l’esistenza umana. L’incipit non fa che anticipare il mood che connota tutto il successivo svolgimento del film: la missione dei due padri è accompagnata da un profondo senso di solitudine e isolamento, da un sentimento di abbandono e di vuoto dominato da un dio silenzioso, lontano e assente – quasi a simboleggiare la mancanza d’approvazione celeste nei confronti di quest’atteggiamento di colonizzazione spirituale fideistico e così ingenuamente ottuso.
I due padri si avventurano in un difficile viaggio in terra ostile, costretti a nascondersi e ad abbracciare una vita clandestina fatta di fughe e terrore. La loro presenza e la divulgazione della parola di Dio lascia in eredità solo una scia di dolore e morte, assurda e inaccettabile. La loro predicazione sembra affascinare i più poveri e diseredati, alla ricerca di qualcosa che possa dar loro consolazione e speranza per una vita migliore nell’aldilà, ma è vista dallo Stato non solo come qualcosa di culturalmente estraneo alle tradizioni giapponesi, ma anche come un elemento socialmente eversivo.
Si sa che il potere, per conservare se stesso e i propri privilegi, lavora sempre per consolidare lo status quo e diffonderne i propri principi ispiratori, contro qualsiasi virus di destabilizzazione.
Non si tratta dunque di una “guerra di religione” o di uno “scontro di civiltà”, espressioni impropriamente di moda anche ai nostri giorni, ma soprattutto di una reazione di difesa nei confronti di nuove idee che potrebbero turbare l’ordine sociale. La partita non si gioca tra due religioni, ma tra uno Stato e la sua visione della società e una religione vista come un pericolo da annientare.
L’ostinazione e la perseveranza di padre Rodrigues ci appaiono tanto diaboliche quanto la fredda e lucida persecuzione dell’Inquisizione giapponese. Gli esiti perversi di questa lotta ideologica condannano i convertiti a inutili e drammatiche sofferenze. Un’arroganza fideistica e supponente, discutibile anche solo se vissuta esclusivamente sulla propria pelle, ma che quando coinvolge uomini e donne deboli e indifesi risulta inaccettabile. Quando alla fine padre Rodrigues cede e calpesta l’immagine del Cristo come segno formale di abiura, la sua vita e di chi gli sta attorno ritroverà pace. Se poi nel suo intimo resterà sempre cristiano poco importa: le persecuzioni, le torture, e le morti alimentate dal suo cieco fervore sono finalmente cessate. Solo questo conta.
Il film vuole indagare i tormenti e interrogativi più profondi dell’animo umano, la sua natura complessa, violenta, spesso oscura e incomprensibile. Le figure di padre Rodrigues, padre Ferreira e dell’Inquisitore si muovono in un universo livido e spietato, sottolineato anche da una messa in scena essenziale, scarna e ieratica nella sua solenne semplicità visiva.
Siamo lontani anni luce dallo Scorsese scintillante, adrenalinico e pop di Wolf of Wall Street (2013), né siamo di fronte a un capolavoro della grandezza di Taxi Driver (1976), Quei bravi ragazzi (1990) o Toro Scatenato (1980). Ciononostante il registro espressivo fatto di sottrazione, spazi vuoti, profondità di campo, monocromie, ambiguità visive, assordanti silenzi, assenze umane e spirituali lo rende importante nella filmografia del cineasta americano. Da vedere.

Silence
Regia: Martin Scorsese
Con: Adam Driver, Andrew Garfield, Liam Neeson, Ciarán Hinds, Issey Ogata, Tadanobu Asano, Shinya Tsukamoto, Ryô Kase
Durata: 161
Produzione USA, 2016

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.
 
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