Truth – Il prezzo della verità

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Libertà di stampa, politica e potere nell’America di Bush.

Mentre le primarie per la campagna presidenziale statunitense stanno entrando nella fase più calda e avvincente, esce nelle sale italiane Truth – Il prezzo della verità, interessante e appassionata riflessione sui rapporti tra media e potere: un tema cruciale nella politica statunitense. Chi non ricorda il celebre “caso Watergate”? La famosa inchiesta giornalistica dei due reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, che nel 1974 portò alle dimissioni dell’allora Presidente Richard Nixon. Una vicenda resa ancora più famosa dal film di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del Presidente, interpretato da due icone di Hollywood, Robert Redford e Dustin Hoffman, e amato anche dal regista di Truth – Il prezzo della verità.
Il film di James Vanderbilt è tratto dal libro Truth and Duty: the Press, the President, and the Privilege of Power, scritto da Mary Mapes, produttrice della CBS News per oltre quindici anni e artefice del programma d’inchiesta 60 Minutes.
James Vanderbilt era rimasto molto affascinato dalle problematiche affrontate nel libro di Mary Mapes: “Il cinema e il giornalismo rappresentano modi diversi di raccontare una storia. Sono cresciuto con Tutti gli uomini del Presidente e ho scritto e co-prodotto Zodiac, e sono sempre stato molto attratto da quello che accade nelle redazioni giornalistiche. Quando esplode una nuova storia a 60 Minutes, come succede? Come nasce tutto?”.
Forse anche per questi ricordi, James Vanderbilt ha voluto Robert Redford nei panni del giornalista della CBS Dan Rather. Una presenza che ricorda, in modo meta-cinematografico, proprio il film di Alan J. Pakula, creando suggestivi rimandi e inevitabili parallelismi.
Truth – Il prezzo della verità, racconta nei minimi dettagli il lavoro d’indagine giornalistica svolto da Mary Mapes, con l’appoggio del conduttore delle news della CBS Dan Rather, sul Presidente George Bush.

Nel corso di alcune ricerche sul passato di Bush erano emersi dei fatti, poi confermati da testimonianze, che mettevano in luce il trattamento preferenziale riservato al futuro presidente ai tempi del servizio militare. Grazie all’arruolamento nella Guardia Nazionale dell’Aeronautica del Texas, il giovane Bush, insieme ad altri rampolli delle più ricche famiglie texane, aveva evitato il pericolo di finire a combattere in Vietnam. Il reportage, trasmesso l’8 settembre 2004 in 60 Minutes, scatenò immediatamente una violenta reazione dell’establishment politico repubblicano.
Dalla mattina successiva alla messa in onda, la politica e i media spostarono il centro dell’attenzione da George Bush alle credibilità e professionalità dei giornalisti della CBS che avevano condotto l’indagine. Le loro vite, le loro opinioni, il loro orientamento politico, diventarono uno strumento per demolirne la credibilità e l’attendibilità del loro lavoro. Le pressioni politiche riuscirono a far ritrattare testimonianze e dichiarazioni, con l’intento di smontare le accuse nei confronti di Bush. Il sistema del potere, con tutti suoi privilegi, andava salvaguardato dall’attacco della stampa e i giornalisti dallo spirito troppo libero e critico emarginati.
Mary Mapes venne sottoposta a un’inchiesta interna voluta dai vertici della CBS. Una specie di processo privato, che servì all’emittente televisiva per scaricare le colpe dell’accaduto su singole persone, rivendicando la propria estraneità ai fatti. L’esito non poteva essere più scontato: Mary Mapes venne licenziata e Dan Rather costretto a dare le dimissioni. Due giornalisti coraggiosi, vittime sacrificali di un mondo dell’informazione dove l’audience e lo share sono valori da salvaguardare a tutti i costi. Canali televisivi che privilegiano gli interessi economici alla verità, che preferiscono espellere dal loro interno chi vuole indagare senza piegarsi alla politica. Ma non dovrebbe essere proprio questo il ruolo del giornalismo? Quello di essere scomodo, di non subire l’intimidazione del potere, di non cedere al rischio di una pericolosissima censura o autocensura preventiva?
Il film offre lo spunto per riflettere su tutto questo. Mette in luce come le più importanti media company facciano ormai parte del sistema economico-politico al tal punto da non poter prendere posizione contro di esso. Un intreccio d’interessi che sembra prevalere su tutto, anche sulla verità. La politica appare così pervasiva e potente da poter influenzare ogni aspetto della vita sociale. Il suo peso è così forte da potersi permettere di aleggiare subdola e inquietante senza mostrarsi, senza alzare la voce. Una presenza silenziosa e pericolosa, che mina le basi stesse della libertà di stampa.
Se i giornalisti che hanno il coraggio di fare inchieste contro i “poteri forti” rischiano di perdere il lavoro e di finire isolati, è chiaro che ci saranno sempre meno scandali, sempre meno indagini coraggiose. Prevarrà una visione della professione fatta di accomodante opportunismo, di rispettoso ossequio nei confronti della politica. Un’informazione anestetizzata, sempre più connivente con il sistema.
Il rischio è di trovarsi con un’informazione incapace di ritagliarsi uno spazio critico indipendente e libero.

Truth – Il prezzo della verità
Regia: James Vanderbilt
Con: Cate Blanchett, Robert Redford, Elisabeth Moss, Topher Grace, Dennis Quaid
Durata: 121 min.
Produzione: USA, Australia, 2015

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Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.

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