Autore

Federico Batini

Insegna Metodologia della ricerca educativa, dell’osservazione e della valutazione, Pedagogia sperimentale e Consulenza pedagogica all'Università degli Studi di Perugia. Ha fondato e dirige le associazioni Pratika e Nausika, da cui è data la LaAV. È autore Loescher. federicobatini.wordpress.com

Leggere, per mettere da parte legna per l’inverno. Per mettere benzina per i viaggi futuri. Per irrobustire i muscoli, aumentare il fiato, far crescere la resistenza.

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Una famiglia e una società omofoba determinano comportamenti non inclusivi a scuola, teatro 
della maggior parte degli espisodi di bullismo e discriminazione. Come si è arrivati a questo?

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Leggere romanzi fa diventare empatici, dicono gli studiosi. Perché la letteratura offre storie e modelli per "allenarsi" alla vita.

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Una scuola da ripensare: la difficoltà dell’Istruzione Tecnica, della formazione professionale, dell’Istruzione degli Adulti.

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Non potendo più attingere a grandi narrazioni socialmente e culturalmente condivise, costruire la propria identità diventa un compito sempre più individuale.

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Prima analisi dei dati del secondo Rapporto sul Sistema Educativo Italiano

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Fare il genitore, si sa, è un mestiere difficile. Il ruolo inoltre è oggi fortemente dibattuto in ragione della crisi storico-culturale della famiglia nucleare. La discussione tocca temi e sensibilità enormemente differenti e non è raro imbattersi in posizioni difensive, che ritengano il proprio diritto leso dall’estensione dello stesso agli altri.

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Oltre la cronaca nera e le etichette di “generazione vuota”, “generazione dell’attimo”, “generazione priva di riferimenti, di progetti e di scopi”: alla ricerca della bellezza, del genio, e di tutti i meriti non riconosciuti dei giovani d'oggi - vittime, spesso, di quelli di ieri.

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In libreria in questi giorni il nuovo romanzo di Marco Vichi con protagonista il Commissario Bordelli: Fantasmi del passato. Un invito alla lettura.

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Un sabato mattina di giugno, la tv accesa e il Premier che parla. Poso il libro, ascolto. Rifletto. Su soffitti in testa, narrazioni sociali, insegnanti e allievi. Su mandati e fiducia. E infine lancio una proposta anch'io.

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In fila alle poste, mattina presto, una fastidiosa congiuntivite acuta mi costringe a una benda sull’occhio destro. Fatico in questi giorni: la mancanza della visione binoculare sembra nulla finché non si sperimenta per giornate intere. Sono nervoso.

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Quando hai capito di essere omosessuale? Cosa dice la maggior parte delle persone? La tua famiglia come ha reagito venendo a sapere che sei omosessuale? Ritieni più importante la tua identità sessuale o il riconoscimento sociale della tua identità di genere? All’interno della tua famiglia è un tema tabù? Al lavoro come vieni trattato?

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Le dimensioni che il bullismo omofobico sta assumendo nel nostro paese richiedono di scongiurare e prevenire, attraverso interventi mirati, il manifestarsi di comportamenti che legittimano il fenomeno negli ambienti educativi e di istruzione. La scuola è infatti avvertita come prosecuzione coerente di quanto “ascoltato” in famiglia e vissuto nel quotidiano.

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Nel 2008, al Festival della Scienza di Genova, la mostra Against Nature? presentava i risultati di studi scientifici condotti sui comportamenti omosessuali di oltre millecinquecento specie animali (tra i quali esistono anche coppie stabili omosessuali).

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La domanda è: vogliamo scegliere una scuola che si centri sui contenuti o una scuola che si centri sulle competenze? Una scuola centrata sugli allievi e i loro bisogni o sugli insegnanti e i loro bisogni? La risposta starebbe nelle Indicazioni Nazionali, se qualcuno si prendesse la briga di leggerle.

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Siamo di fronte ad una congiuntura favorevole: proprio nel momento in cui alla scuola giungono indicazioni forti, il metodo dell'orientamento narrativo è giunto ad una fase di maturazione in grado di offrire risorse, professionalità e strumenti per operare in quella direzione e per progettare un'azione complessiva.

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L'orientamento narrativo: un modello di orientamento formativo. Che cos'è, come funziona, perché può aiutarci ad essere registi, autori e interpreti della sceneggiatura della nostra vita.

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Come ha avuto modo di ripetermi più volte Renato Zaccaria, che considero uno dei miei maestri: “l’orientamento inizia con l’ascolto e l’ascolto non è una cosa semplice”.

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A partire dalla seconda metà degli anni Novanta abbiamo assistito a un processo attraverso il quale la concezione socialmente condivisa di orientamento (con le dovute eccezioni dovute alla bassa conoscenza da parte dell'utenza media delle finalità dell'orientamento medesimo) è stata rimessa in discussione.

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I ragazzi che a sedici anni scelgono di interrompere il percorso di istruzione sono a volte denominati drop-out: coloro che sono “spinti fuori”.

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Perché non mettiamo l’istruzione, la formazione e l’orientamento al centro del rilancio del paese? Questo vuol dire pensare al futuro, questo vuol dire pensare ai giovani. Perché non pensiamo alle scuole come centri in cui l’apprendimento è possibile tutto il giorno, anche in orari differenti da quelli delle lezioni istituzionali?

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Leggo in alcune dichiarazioni che un terzo delle risorse europee sarà destinato al potenziamento dei servizi per l’impiego. Mi vengono in mente alcune riflessioni: li conoscete, i servizi per l’impiego italiani? Ne conoscete il livello? Avete idea delle funzioni a cui debbono rispondere e degli standard qualitativi medi degli operatori?

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Se dobbiamo studiare ciò che sta alla base della nostra cultura, insegniamo ai nostri alunni a fare l’orto: abbiamo una parentela più prossima con la civiltà contadina che con l’impero romano.

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In Italia, qualsiasi provvedimento che voglia incidere in maniera strutturale sui Neet (i giovani che non studiano né lavorano, né sono in formazione) deve tener conto dei principi di empowerment, autonomia, responsabilità.

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Non serve insistere sulla maggiore facilità di veicolazione degli apprendimenti per il tramite di strumenti multimediali: basta pensare alla scuola come qualcosa di collegato strettamente alla vita successiva, e il resto verrà da sé.

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Proseguiamo in questa sorta di “dizionario della scuola”, proponendo alla riflessione del nostro MIUR, o almeno degli addetti ai lavori, un’altra parola chiave.

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Facciamo conoscere e raccontiamo la scuola migliore, le esperienze positive, i risultati più fecondi, non sempre e soltanto i casi in cui la scuola incrocia la cronaca nera, o gli stupidari o le “perle” dei prof, e tutte le magagne che, senza dubbio, ci sono. Raccontare l’eccellenza con continuità può contribuire ad “alzare l’asticella” delle nostre attese e l’orizzonte di confronto professionale di ogni operatore del sistema di istruzione.

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Integrazione, Lingue classiche, Licei: tre temi per proseguire la riflessione sulla falsariga delle tracce di Reali che, pur con differenze di opinione, mi hanno permesso di fare un ragionamento organico - ragione per cui lo ringrazio per la terza volta.

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Ora, io non ho chiaro quali siano gli enormi vantaggi che i ragazzi avrebbero acquisito tramite la cosiddetta scuola delle conoscenze e, soprattutto, non riesco a capire come si possa credere che la stessa scuola che preparava alla vita, al futuro, alla cittadinanza in una società un tempo stabile e prevedibile (ammesso e non concesso lo facesse davvero), possa farlo ancora oggi.

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In risposta alla lettera del professor Mauro Reali: proposte e riflessioni su adozioni e Beni Culturali.

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La lettura ad alta voce è un evento sociale che trasforma un testo rendendolo vivo. Il parere di due esperti: Lucia Lumbelli e Simone Giusti.

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Le competenze paiono oggi essere uno dei concetti più attraenti per ripensare l'intero sistema di istruzione e formazione - ovviamente, in una logica e in un'ottica di lifelong e lifewide learning.

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La questione dell'identità sessuale si propone oggi con forza ed interroga la contemporaneità.

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Autobiografia in dieci romanzi

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