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Marina Boscaino

Docente di italiano e latino in un liceo classico di Roma, blogger del Fatto Quotidiano e di MicroMegaOnline, e coordinatrice delll'Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica. Scuola e Costituzione il binomio cui ispira la sua attività di insegnante e giornalista e il suo impegno di cittadina.

C’è stato un tempo in cui la difficile storia della valutazione ha previsto alcuni aggettivi, da tempo caduti in disgrazia, ma che pure tracciavano una strada, purtroppo contraria a quella che si sta percorrendo: descrittiva e formativa.

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Di Charlie Hebdo e di chi siamo noi, dell'insegnamento e dei nostri orizzonti, delle banlieues che non sono solo francesi e delle coscienze lavate a colpi di hashtag.

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Si sono messi "in ascolto", dice Davide (Faraone). E poi a scrivere: lettere, agli insegnanti. Una l'ha ricevuta Marina Boscaino, che ce la racconta. 

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A Beslan, dieci anni fa, morì definitivamente la speranza: quella che l'odio e la sete di potere – le "ragioni" dei grandi, di troppi grandi – risparmiassero la scuola, il luogo dedicato ai bambini, lo spazio dei piccoli.

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Nel dicembre 2012 fui particolarmente critica nei confronti dei programmi sulla scuola del Movimento 5 Stelle. Ma ora il vento parrebbe cambiato.

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Del sostituire la riflessione con la velocità. Partecipazione, validità, ricezione della consultazione sulla Buona scuola. E un appello.

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I tagli alla scuola ammontano a 600 milioni di euro, e dunque superano le entrate: questo è il segno della “effettiva” centralità che il governo accorda alla scuola.

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Mio figlio quest’anno affronterà l’esame di Stato. È un ragazzo abituato da suo padre e sua madre a pensare che le acquisizioni della vita devono essere meritate; che occorrono impegno e rigore per raggiungere un obiettivo. Sa che le scorciatoie, per noi, non sono appetibili. Quindi non siamo particolarmente appassionati alla possibilità che l’esame venga quest’anno per l’ennesima volta riformato.

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La Buona Scuola, dice Marina Boscaino, c'era già: in un disegno di legge presentato alla Camera e sottoscritto, in modo certificato, da oltre 100 mila elettori.

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Gli articoli 32, 33 e 34 della Costituzione (il primo relativo al diritto alla salute, gli altri al diritto all’istruzione) trovano un proprio punto di convergenza in una realtà e in un’attività di cui raramente si parla. Se capita di incappare in essa, però, ci si apre davanti un mondo straordinario, di cui sarebbe fondamentale che tutti comprendessimo la grandezza e l’enorme portata etica, politica, civile.

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Pare che da settembre andrà a regime il Sistema Nazionale di Valutazione. Rimangono – al solito – completamente sconosciuti il come e soprattutto il quanto: con quali fondi si provvederà a introdurre un’innovazione tanto capillare? Ma a questo tipo di interrogativi, per nulla peregrini, siamo ormai abituati a non avere risposta.

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È bella la Costituzione che ci racconta Calamandrei. Perché è bella la Costituzione: viva, dignitosa, giusta, leale, sobria, indignata, critica, solidale. E belle sono le voci che Calamandrei fa riecheggiare in quelle parole, in quegli articoli: Cattaneo, Beccaria, Cavour, Garibaldi, Mazzini. Perché dovremmo dimenticarle?

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Parlare di Costituzione oggi è difficile. Oggi è necessario schierarci “in difesa di” – invece che “insieme a” – ribadendo un amore per quei principi che non è più senza se e senza ma; che non è più unanimemente condiviso, né tantomeno unanimemente dato per scontato.

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«Il complesso di Edipo praticamente sarebbe...». Praticamente? Opportunamente, non c'è nulla di meno pratico del complesso di Edipo. Eppure il confine tra pratico e teorico nei vezzi e vizi linguistici dei nostri studenti è qualcosa di sfumato, tanto da non essere quasi più percettibile.

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Capita che, improvvisamente, ti trovi a trascorrere intere giornate (molte) con un gruppo di persone – 6, in genere – che spesso non hai mai visto in vita tua. In una scuola nella quale molto facilmente non hai mai messo piede prima.
È la sorte dell’esterno: queste le sue divagazioni.

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Passato, presente e futuro della Lip, Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola della Repubblica.

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Ci interessa che la scuola licenzi cittadini con un bagaglio affidabile e considerevole di competenze da spendere nella vita e nel lavoro, e dunque improntare didattica e consequenziali prove su quest’obiettivo? O piuttosto desideriamo che si perpetui l’omeostasi della scuola, nonostante i risultati poco incoraggianti e le evidenti criticità?

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È di questo inverno la notizia che in una quinta liceo classico del Liceo Colombo di Genova tutti gli alunni hanno scelto di non avvalersi dall’ora di religione, e non a causa di conflitti con il docente.

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Anticipo scolastico: un rovello decennale per i nostri governanti. Marina Boscaino ne ripercorre le tappe e intervista in merito il pedagogista Alain Goussot, docente di Pedagogia speciale presso l’Università di Bologna, educatore, filosofo e storico attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etica-politica.

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Il 14 aprile, alla fine di una giornata di esami nella scuola di Chibok, nella Nigeria nord orientale, 230 ragazze si preparavano ad andare a letto nel dormitorio della scuola. Proviamo ad immaginare lo scenario: una notte africana, gli arredi di una scuola, semplici sebbene destinata alla parte più evoluta di quella società.

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Il tema caldo della valutazione continua a imperversare. La scelta da compiere è chiara: cominciare a riflettere seriamente sulle molte critiche ricevute, non solo in Italia, ma – come si vedrà – anche all’estero.

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Con un trattamento e procedure differenti da quelli adottati si sarebbe riusciti a costruire una situazione meno conflittuale. Invece, eccoci qua: per l’ennesimo anno celebriamo i test Invalsi in un clima irrespirabile, tra scioperi coraggiosi e diffusissimi mugugni, tra affermazioni, iniziative e studi seri e materiale utile di tanti insegnanti mobilitati.

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L'occasione di questa rubrica mi spinge a nostalgiche rivisitazioni in chiave contemporanea di temi che mi sono sembrati negli anni problemi emergenziali, ma risolvibili. Ma che oggi, a distanza di tempo, nel loro permanere, dimostrano quanto fosse inopportuno il mio ottimismo di allora. Vi chiedo quindi di fare un salto indietro nel tempo.

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C’è stato un tempo – ormai lontano – in cui lo Stato ha considerato realmente la scuola una propria istituzione, con tutto ciò che ne consegue. Dall’apparato normativo all’impegno culturale, ciascun tassello tendeva a convergere su un’idea di collaborazione fortissima e d’investimento soprattutto culturale e sociale, oltre che economico, da parte dello Stato.

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Sperereste di essere reclutati da un coach catenacciaro, gioco a zona o calcio-champagne? Da un allenatore ruvido ed intransigente o da un fine psicologo, che saprà come farvi dare il meglio di voi stessi? Conte o Guardiola?

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L'esame di Stato: un titolo di studio al quale sempre, a prescindere dal suo fondamentale valore legale, abbiamo attribuito un senso e un significato molto precisi. Una tappa che ha rappresentato qualcosa nella vita di ciascuno. 
Ci stanno spiegando (senza nemmeno troppa pazienza, con modi rozzi e bruschi), che questo è “vetero”, out, poco, pochissimo smart.

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Sono passati 6 mesi dal 3 ottobre 2013, quando un barcone carico di migranti è affondato a poche miglia dal porto di Lampedusa: 366 le vittime, 20 i dispersi presunti. Tanti bambini, tanti ragazzi.

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I ragazzi desiderano possibilità, sentieri da poter imboccare e perlustrare. Sanno capire e sentire, sanno valutare. Possono avere fiducia piena solo nei confronti di adulti che abbiano fiducia in loro, in grado di accogliere i loro dubbi, mediare il loro disorientamento senza infingimenti, nominando le cose e proponendo, sulla base di principi condivisi, domande possibili e possibili risposte.

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