A Bologna un’installazione permanente dell’artista francese Christian Boltanski, all’interno del Museo per la Memoria di Ustica, ci rende protagonisti di un emozionante viaggio nella memoria, trasformando in testimoni anche coloro che, come i nostri studenti, nel 1980 non erano ancora nati.

 

Il relitto del DC9 dell’Itavia, esploso la sera del 27 giugno 1980 a causa di un missile, è al centro di un’installazione voluta dall’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. I resti dell’aereo, decollato da Bologna e diretto a Palermo, e recuperati dopo essere stati per una decina d’anni in mare, a 3700 metri di profondità, sono stati ricomposti ai fini delle indagini e, in seguito, trasportati a Bologna per essere collocati in un museo ricavato dalla ristrutturazione di un deposito dismesso dei tram.
L’ingresso al museo, simile a una delle passerelle usate negli aeroporti per l’imbarco dei passeggeri, ci trasforma immediatamente in protagonisti di un viaggio unico, all’interno di una tragica vicenda umana e civile, causata dagli intrighi militari internazionali degli anni della Guerra fredda.
L’artista francese Christian Boltanski, da sempre interessato ai temi della vita, della sorte e della memoria, ha creato un percorso fortemente evocativo intorno agli impressionanti resti del velivolo.
Alle pareti sono appesi 81 specchi neri: uno per ognuna delle vittime, simili a finestrini che ci mostrano il buio profondo della notte e contestualmente rimandano al mistero che, in parte, avvolge ancora oggi la vicenda. Questi specchi, riflettendo la nostra immagine sovrapposta a quella dell’aereo, hanno anche la funzione di proiettarci all’interno dell’installazione.
A tratti il silenzio è rotto da voci flebili che ora si distinguono chiaramente, ora si sovrappongono, confondendosi come in un coro. Da dietro ogni specchio proviene una voce che sussurra una frase semplice, un pensiero quotidiano; a rappresentare i pensieri dei passeggeri ignari dell’ineluttabilità della loro sorte.


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Altrettante lampadine scendono dal soffitto; la loro luce s’intensifica e si affievolisce ritmicamente, senza mai spegnersi del tutto, per evocare il ritmo del respiro o del battito cardiaco delle persone scomparse, ma anche il pulsare della vita di coloro che le ricordano.
Nove grandi casse nere occultano e conservano come reliquie gli oggetti appartenuti alle vittime (indumenti, libri, occhiali, pinne, boccagli), accuratamente fotografati – in bianco e nero – e raccolti dall’artista in una “Lista”, pubblicata in un opuscolo, che è parte integrante dell’installazione.
Una saletta annessa al museo completa il percorso offrendo documenti di ogni genere (video, filmati, articoli, testimonianze dell’epoca, inchieste) che permettono di ripercorrere le indagini ostacolate dai continui depistaggi che per decenni hanno deliberatamente occultato la verità. Sono quindi ricostruiti gli sviluppi di una vicenda giudiziaria tormentata – tutt’ora aperta – e il contesto della Guerra fredda con i suoi fragili equilibri internazionali, le continue tensioni con la Libia e le complesse alleanze militari e politiche che hanno condizionato parte della nostra storia più recente.
La visita al museo è un’esperienza che non può lasciare indifferenti, invitandoci a riflettere sul valore della memoria e su come l’arte possa ancora assumere nella nostra società un ruolo di testimonianza civile.

Elena Tornaghi

Insegnante di liceo e autrice di testi Loescher di educazione visiva e storia dell'arte.

 
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