“In linea di principio non siamo tra coloro che diffidano dei pittori che scrivono o dei letterati che dipingono”. Così scriveva Eugenio Montale sul “Corriere della Sera” nel 1954 recensendo la ristampa di un volume di Poesie di Filippo De Pisis (Vallecchi, 1954): ed egli pensava certo al grande pittore ferrarese – suo coetaneo, poiché entrambi erano del 1896 – e pure a se stesso, che da sempre si dilettava di pittura.

Filippo-de-Pisis-Gli-albatri-1945-olio-su-tela

 

Ma sul rapporto tra Montale e De Pisis, tra gli Ossi di seppia letterari e le inquietanti e solitarie conchiglie delle marine di De Pisis, già si è detto nel catalogo che ha accompagnato un’importante mostra tenutasi lo scorso anno al “Museo d’Arte di Mendrisio” (De Pisis e Montale. Le Occasioni tra poesia e pittura.
Insomma, del valore di De Pisis già i suoi contemporanei erano ben consci; e non parlo solo di Montale – conosciuto a Genova nel 1919 – ma ad esempio anche di Giorgio De Chirico – conosciuto a Ferrara nel 1915 – che nel 1926 promosse a Parigi la prima mostra personale del meno noto collega, alla prestigiosa Galerie au Sacre du Printemp.
Sì, Parigi, una delle mete predilette dei frequenti viaggi del pittore di cui stiamo parlando; pittore che, pur portandosi sempre nel cuore quella Ferrara che aveva in gioventù trasfigurato in un paesaggio metafisico, soggiornò a Roma (1920-1924), a Parigi (1925-1939), a Londra (con due viaggi nel 1935 e 1938), a Milano (1940-43) e a Venezia (1943-1949), prima che il “male oscuro” di cui soffriva si palesasse nella sua tragica violenza. È infatti dal 1948 che cominciarono a manifestarsi i segni della malattia, con forti mal di testa, tremori e insonnia, che lo costrinsero al ricovero alla clinica Villa Filippo-de-Pisis-Il-marinaio-francese-1930-olio-su-telaFiorita di Brugherio (presso Monza) dove rimarrà quasi ininterrottamente fino alla morte (1956). E – tragica ironia della sorte – proprio negli anni della malattia e del ricovero la sua arte ebbe un apprezzamento straordinario, e sue mostre personali furono organizzate sia in Italia che all’estero; ciò anche in conseguenza del grande successo dei suoi quadri alla Biennale di Venezia del 1948, dove, si dice, l’unico ostacolo al conferimento del Gran Premio sia stata la sua nota ed esibita omosessualità.
Ed è di questi giorni, dopo la menzionata mostra svizzera e un’altra tenutasi a Cuneo sempre nel 2012, una nuova, importante, esposizione depisisiana. Si tiene alla “Fondazione Magnani Rocca” di Traversetolo (PR), ed ha per titolo De Pisis en voyage, proprio perché cerca di ricostruire i numerosi viaggi del nostro attraverso i quadri dipinti in determinate località; ma – ancor più – perché cerca di capire che cosa questi soggiorni abbiano arrecato come “valore aggiunto” alla maturazione artistica del pittore. Infatti non furono solo i paesaggi o i personaggi a influenzarlo, ma anche le opere dei grandi maestri del passato (prossimo o remoto) che vide nei grandi musei italiani ed europei. È proprio lì, infatti, in quei musei, che De Pisis viene a conoscenza dell'Impressionismo francese e dei fauves, che scopre il Sei-Settecento francese (con Lorrain e Chardin), che ammira le luci (e le ombre…) della pittura di Corot, e vede alcuni capolavori della scuola veneta, da Giorgione a Tiziano a Tintoretto.
La mostra completa pertanto il percorso di studi già intrapreso dal grande critico Giuliano Briganti, autore nel 1991 del Catalogo generale dell’opera di De Pisis (Mondadori Electa) e vero “storicizzatore” dell’opera di un autore la cui rapidità di tocco sembra sempre privilegiare la sensazione immediata alla riflessione, e che ha trasmesso alla sua pittura quel senso di disordine e inquietudine che ha caratterizzato la propria vita.
Ma torniamo a Traversetolo, per ricordare solo qualcuno dei capolavori in mostra. Del periodo romano spicca la Natura morta con le uova (1924) della Collezione Jesi (Pinacoteca di Brera, Milano), mentre di quello parigino segnalo i paesaggi urbani come il tormentato Quai de la Tournelle (1938) o il Marinaio francese (1930), dal vivace cromatismo. Al periodo londinese appartiene il dittico de La strada di Londra e La casa di Newton (1935), nei quali si respira quell’atmosfera cupa che l’artista percepiva nel cielo di Londra. E il successivo De Pisis in bilico tra l’entusiasmo pittorico e il “male di vivere” è bene testimoniato dal contrasto tra l’arioso Piazzetta San Marco (1947) e l’inquietante Gli Albatri (1945), che sembra presagire le modalità espressive del terribile periodo del ricovero a Brugherio. Ed è quest’ultimo il dipinto che mi è piaciuto Filippo-de-Pisis-Natura-morta-Alla-dolce-Patria-1932-olio-su-tela1di più, insieme con il parigino Natura morta. Alla dolce patria (1932): sono quadri che collocano De Pisis nel solco della grande tradizione della raffigurazione di animali (Chardin, appunto) ma con il dinamismo e il colorismo di un impressionista e una lettura espressionistica della realtà. E si guardi bene l’uccello nero nel cielo plumbeo degli Albatri: come si fa a non pensare – si parva licet… – a Van Gogh? Siamo davvero davanti, ed è ora che lo si dica con chiarezza, non solo ad un bravo e prolifico pittore di successo, amato da critica e collezionisti, ma a un gigante dell’arte italiana ed europea del Novecento.
Credo dunque che la mostra in corso possa essere interessante meta per un’uscita didattica con gli studenti di Scuola Superiore. E che la pittura, gli scritti, l’esperienza stessa di De Pisis si prestino a fruttuose possibilità di riflessioni interdisciplinari o, comunque, ad approfondimenti critici. Anche perché se Montale scriveva, come già ricordato, di non diffidare dei pittori che scrivono o dei letterati che dipingono sarebbe bene che nella nostra scuola i professori di materie diverse (e magari pure affini) diffidassero un po’ meno gli uni degli altri!
Butto lì dunque qualche semplice spunto, che i colleghi lettori potranno anche suggerire ai loro studenti per l’ideazione della “tesina” di Maturità.
Del legame di De Pisis con Eugenio Montale, già si è detto: e non è “cosa da poco”, così come non è “cosa da poco” il sodalizio giovanile del nostro con Giorgio De Chirico e Alberto Savinio, anch’essi (soprattutto il secondo) in bilico tra letteratura e arte figurativa. Ma anche il suo concittadino Giorgio Bassani – di un ventennio più giovane – ne amò la pittura, e in certo senso ne rievocò nei propri libri la dimensione magico-dolente. E che dire del lungo sodalizio col meno noto (ai nostri studenti) ma poliedrico Giovanni Comisso, del quale De Pisis illustrò splendidamente il volume La terra e i contadini e altri racconti, edito nel 1946 a Firenze per l’editore Vallecchi? Credo davvero che i motivi non solo per amare, ma anche per studiare l’arte di De Pisis non manchino, tanto più se – superati gli steccati tra le varie materie curricolari, lo ribadisco! – si proverà a “mettere insieme i pezzi” di questo benedetto Novecento. Secolo che sarà anche stato “breve”, non lineare e confuso, ma che a me ricorda tanto la Senna (ancora Parigi? Non è un caso…) della poesia I fiumi di Ungaretti, cioè un fiume nelle cui acque torbide bisogna bagnarsi per capire veramente chi siamo:

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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