Una rilettura del Neoclassicismo attraverso la diversa sensibilità di due tra i maggiori protagonisti degli studi e del collezionismo antiquario della Roma settecentesca.

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Giustamente, quando si propone agli studenti lo studio del Neoclassicismo (io parlo di letteratura, ma come separarla dalla storia dell’arte?), ogni manuale e ogni docente lo associano immediatamente alle idee innovative di Johan Joachim Winckelmann (1717-1768). Quale libro non riporta i passi del grande storico dell’arte tedesco sull’Apollo del Belvedere o sul Laocoonte? Sì, quel Laocoonte che, ispirando edle Einfalt und stille Größe, cioè “nobile semplicità e quieta grandezza”, non solo in ogni tempo ci stupisce, ma ci insegna a soffrire (e persino a morire, in quel caso!) con un’armonia, un equilibrio, che solo il mondo classico, soprattutto greco, ha saputo esprimere. L’antico, dunque, diventa un paradigma non solo estetico, ma anche – e soprattutto – etico, e il nostro erudito tedesco scelse pertanto l’Italia (specialmente Napoli e Roma) come sua patria elettiva: nel 1759, tra l’altro, assunse l'incarico di bibliotecario del cardinale Albani, e nel 1763 divenne “prefetto delle antichità di Roma”, su nomina pontificia, assumendo così la tutela dei Beni Culturali dell’Urbe. 

 

cenotafio

 

Morì assassinato nel 1768 in una triste vicenda di sapore “pasoliniano”, poiché un balordo – con il quale forse c’erano stati prima degli approcci d’altro genere – lo accoltellò a Trieste, in una locanda, per derubarlo di alcune preziose medaglie che gli erano state donate dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria durante una solenne visita a corte. Il suo corpo finì in una fossa comune e il monumento funebre che ancora oggi si vede a Trieste – di scuola canoviana – è un semplice cenotafio, alla cui realizzazione contribuirono re, principi, dotti di tutta Europa. Dunque il luminoso Winckelmann, il “sacerdote” della purezza dell’arte classica, l’archeologo che tutta la
comunità internazionale esaltava, ebbe una ben misera fine…

 

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Di qualche anno gli sopravvisse invece quello che fu forse il suo maggior rivale – culturalmente parlando – in questo affascinante recupero della classicità, il veneto Giovan Battista Piranesi (1720-1778), architetto e – soprattutto – incisore raffinatissimo, tra i maggiori di tutta la storia dell’arte. Impossibile narrare l’intera vicenda della sua vita, definire in tutto e per tutto il suo pessimo carattere, e soprattutto elencare le sue numerose ed emozionanti opere incise, tra le quali mi limito a segnalare – per la loro mole – le Varie Vedute di Roma Antica e Moderna, del 1745, Vasi.Candelabri_2le Antichità Romane, del 1756, le Differenti vedute di Paestum, del 1777, i Vasi, candelabri, cippi…, del 1778, per tacere delle incredibili Carceri d’invenzione, del 1745-1750. Piranesi “sguazzò” nello stesso “stagno” romano del Winckelmann, bazzicando cardinali e papi (e invidiando di certo il primato del più mondano tedesco nei salotti e nelle accademie…) e nondimeno collezionando egli stesso – e non solo descrivendo nelle sue tavole incise – pezzi archeologici, alcuni dei quali vendette come lussuosi souvenir a nobili inglesi o francesi venuti a Roma per il Gran Tour di rito. Ma una cosa lo divise sempre dal suo rivale “nordico”: l’idea forte, convinta, che l’arte romana avesse una sorta di priorità su quella greca, che l’avesse in qualche modo superata, inglobata… E quando descrisse i templi greci di Paestum non mancò, nelle didascalie, di ricordare che le loro forme erano etrusche piuttosto che greche: errore o bugia consapevole? Forse entrambe le cose! Non va, inoltre, dimenticata un’altra differenza culturale tra questi due straordinari personaggi. Infatti se Winckelmann – come si diceva – fu l’ideologo del Neoclassicismo, di certo anche Piranesi partecipò appieno al clima antiquario di quel tempo; ma il gusto talora rovinistico, melanconico, che le pur solenni antichità piranesiane emanano, piega già verso suggestioni preromantiche. Insomma: la mente del primo fu, per rubare una definizione di tradizione filosofica, “apollinea” e razionale, quella del secondo “dionisiaca” e inquieta: una “mente nera”, come l’ha definita qualche critico.

 

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Dietro entrambi c’era comunque lo scenario della Roma del tempo, in bilico tra l’Arcadia e l’Illuminismo, tra il collezionismo erudito e le velleità pseudo-scientiche dei primi scavi. Divisa tra ristrettezza provinciale e cosmopolitismo, l’Urbe non dunque era più, da un pezzo il Caput Mundi, ma era – quello sì – il crocevia di tutti quelli che volevano in qualche modo “riassaporare l’antico”: e non ci stupisce di averci trovato – tra gli altri – un tedesco e un veneto che erano lì per “far fortuna”, ma anche per fa sì che il mondo classico – greco o romano che fosse – arrivasse ai posteri filtrato dalla loro cultura e dai loro valori.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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