I due maestri a confronto e il contesto artistico dell'epoca in una mostra ricchissima alle Gallerie d'Italia di Milano.

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Il mio primo incontro con Le Grazie di Antonio Canova (1757-1822) risale al gennaio del 2001, nelle sale dell’Ermitage di San Pietroburgo. Ricordo l’emozione di quella vista, poiché il gruppo statuario illuminava col suo candore gli spazi circostanti (invero, allora, un po’ bui…); ma ricordo anche il ghiaccio sui vetri delle finestre del museo, dal quale non sarei mai e poi mai uscito: ciò sia per la bellezza del suo “contenuto”, sia perché i –27 gradi esterni non invitavano certo a passeggiare lungo la Neva…
Ho poi rivisto le Grazie – sempre giovani e belle (beate loro!) – nel 2008, a Palazzo Reale di Milano, in una mostra sui tesori dell’Ermitage, nonché pochi giorni fa alle Gallerie d’Italia (sempre nella capitale lombarda), ma questa volta in buona compagnia; infatti erano (e sono, fino al 15 marzo 2020) affiancate a un’opera simile, cioè Le Grazie con Cupido, del più famoso amico-rivale del Canova, quel Berthel Thorvaldsen (1770-1844), danese, del quale già ho scritto su queste colonne.

La mostra alle Gallerie d’Italia

  • x        Grazie marmoree a confronto alle Gallerie d’Italia (foto F. Lo Scalzo)

Questi capolavori sono esposti nell’ambito di una mostra dal titolo Canova – Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna, a cura di Stefano Grandesso e Fernando Mazzocca, realizzata grazie alla collaborazione con il Museo “Thorvaldsen” di Copenaghen, il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo e numerosi altri musei e collezioni italiani e stranieri.
L’idea dei curatori non è solo quella di proporre confronti tra opere scelte dei due scultori neoclassici, che divennero – a principiare dai loro lunghi soggiorni romani – vere e proprie star del loro tempo, contendendosi il favore di sovrani, papi, aristocratici; ma anche quella di mostrare opere di artisti della loro cerchia, nonché documenti (stampe, quadri, oggetti) che attestano la loro fortuna e la costante imitazione che suscitarono quand’erano ancora in vita.

L’esposizione è ricchissima, poiché conta oltre 150 opere divise in 17 sezioni, che non elencherò per non tediare i lettori, ai quali consiglio di fare prima un rapido giro ricognitivo per poi soffermarsi più a lungo sui temi e sui “pezzi” di maggiore interesse. Come al solito, però, non rinuncio a qualche considerazione complessiva.

Leggerezza di Canova, geometria di Thorvaldsen

  • x      Antonio Canova, Le Grazie, particolare (foto F. Lo Scalzo)
  • x        Antonio Canova, Le Grazie, 1812 – 1816, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage, Photograph © The State Hermitage Museum, 2019
  • x        Bertel Thorvaldsen, Le Grazie con Cupido, 1817 – 1819, Copenaghen, Thorvaldsens Museum

La prima, la più banale, consiste nel confronto tra i due Maestri neoclassici. Scorretto, ovviamente, proporre un “vincitore” del loro agone senza tempo, anche se le differenze non mancano davvero.
Più morbida, sensuale, leggera è la mano di Canova, a buona ragione detto da molti il “nuovo Fidia”; più austera, rigorosa, geometrica quella di Thorvaldsen, nella quale permane – nonostante la lunga permanenza nell’Urbe – un che di “nordico”. Lo si vede dal confronto delle Graziedi cui già si è detto (i volti di quelle canoviane si sfiorano languidamente, mentre le quelli delle loro “rivali danesi si tengono a debita distanza) ma anche di altre statue nelle quali i due ingaggiarono una sorta di sfida a distanza (ravvicinata…) su identici temi e soggetti, regalando alla storia dell’arte alcuni straordinari capolavori. Mi riferisco alla resa di alcune figure della mitologia classica, come Venere, Paride, Ebe, Amore e Psiche (e chi riesce a staccare gli occhi dalla farfalla che Psiche tiene delicatamente tra le mani, nella statua di Canova dall’Ermitage?) ma anche ai ritratti di loro contemporanei.

  • x       Antonio Canova, Amore e Psiche stanti, 1800 – 1803, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage, Photograph © The State Hermitage Museum, 2019
  • x        Bertel Thorvaldsen, Amore e Psiche, 1861, eseguito dal gesso originale, Copenaghen, Thorvaldsens Museum
  • x      Antonio Canova, Ebe, 1800–1805, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage, Photograph © The State Hermitage Museum, 2019
  • xBertel Thorvaldsen, Ebe, 1819 – 1823, Copenaghen, Thorvaldsens Museum

A quest’ultimo proposito, cito solo la diversa immagine di Napoleone Bonaparte che i due ci hanno lasciato e che è visibile in mostra: inquieta, nervosa, problematica quella di Canova, che sembra una sorta di remake di quella del giovane Giulio Cesare; solenne, laureata e davvero “imperiale” – con tanto di aquila – quella di Thorvaldsen.

  • xBertel Thorvaldsen, Apoteosi di Napoleone, 1830, Copenaghen, Thorvaldsens Museum

Ragioni di copyright impediscono di corredare l’articolo con tutte queste immagini “comparative”, il che – da un lato – è un peccato, dall’altro un’opportunità, poiché mi porta a suggerire una sorta di gioco ai miei affezionati lettori1. L’invito è quello di provare, senza guardare le didascalie, ad attribuire le varie opere a ciascuno dei due scultori (tenendo conto che ci sono anche lavori di altri artisti): dopo qualche incertezza iniziale, sono sicuro che le indovineranno (quasi) tutte!

Due grandi artisti, due vere star

La seconda considerazione è relativa alla fama e alla fortuna, della quale già accennavo, che i due ebbero sia in vita sia dopo la loro morte. Furono due autentiche star, due artisti oggetto essi stessi di numerosi ritratti (sculture e dipinti), e le cui opere furono imitate, riprodotte, fino a diventare oggetti “decorativi” (statuette, piccoli tondi in resina ecc…) che potremmo paragonare a lussuosissimi gadget. Insomma: chi non poteva permettersi un loro originale, poteva però commissionarne una replica “su misura”; un po’ come avviene oggi con le riproduzioni che tutti noi acquistiamo nei bookshop dei Musei.

Il merito della mostra, dunque, è (anche) quello di calarci a pieno nel gusto di un’epoca, e di liberare il concetto di Neoclassicismo da quell’aura di sublime aristocraticismo che solitamente lo connota. Perché il recupero dell’armonia classica di fine Settecento sarà sì stato, nelle sue intenzioni iniziali, un avvicinamento alla «nobile semplicità e quieta grandezza» di cui parlava Winckelmann; ma è poi divenuto un impulso al collezionismo, all’emulazione, all’attualizzazione di quelle forme, con risvolti che, se non possiamo forse definire pop, sono stati comunque di ampio respiro.

Grande qualità, particolari suggestioni

  • x    Giovanni Ceccarini, Antonio Canova sedente in atto di abbracciare l’erma fidiaca di Giove, 1817 circa–1820, Frascati, Palazzo Comunale

La terza e ultima considerazione è sulla qualità complessiva della mostra, e su come sia possibile offrire al pubblico tanta “bellezza” quando gli enti lavorano con spirito di collaborazione e con finalità comuni; e non parlo di enti da poco, perché l’Ermitage, il “Thorvaldsen” di Copenaghen sono musei di grande respiro internazionale.

Così come lo sono ormai anche le Gallerie d’Italia, che con le loro tre sedi di Milano, Vicenza e Napoli si stanno ritagliando un ruolo di primissimo piano nel contesto culturale e museale italiano. Già in passato, su queste colonne, ho recensito le mostre milanesi di Francesco Hayez e Bellotto e Canaletto; né meno interessante era stata quella, dello scorso anno, sulla pittura romantica; per tacere di quelle proposte nelle altre sedi, che però non ho potuto visitare.

  • x        Veneri e Amori in mostra alle Gallerie d’Italia (foto F. Lo Scalzo)
  • x            Tra sculture e dipinti (foto F. Lo Scalzo)
  • x             Una sezione della mostra (foto F. Lo Scalzo)

Ciò per dire che ha solo in parte ragione chi lamenta l’eccesso di mostre, spesso allestite con materiale un po’ troppo eterogeneo, esposto con uno scarso taglio critico; infatti non sono poche – grazie al cielo – le istituzioni museali che propongono invece esposizioni di grande interesse e rigore scientifico, capaci di piacere al grande pubblico ma anche di soddisfare gli addetti ai lavori: tra queste annovero senz’altro le Gallerie d’Italia.

La mostra Canova-Thorvaldsen, poi, può giocarsi una carta ulteriore, e indurre una particolare suggestione. Infatti, dopo il “bagno” di Neoclassicismo scultoreo, il visitatore, uscendo, si imbatte subito nella vista del Teatro alla Scala, il capolavoro dell’architettura neoclassica milanese; quasi quasi, nella penombra autunnale, si potrebbe pensare di incontrare il vecchio Parini o il giovane Foscolo, che da quelle parti dovettero conoscersi…

E, a proposito di Foscolo, non mancano in esposizione tre splendidi ritratti del pittore francese François Xavier Fabre (allievo del grande David, ma avverso allo spirito della Rivoluzione…) che raffigurano Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, e – ovviamente – Antonio Canova, da lui identificati come le grandi glorie d’Italia!


Nota

1. Le immagini proposte sono quelle fornite dall’organizzazione alla stampa. Le fotografie “d’insieme” sono opera di Flavio Lo Scalzo; quelle delle singole opere recano l’indicazione del Museo che le ha fornite; quella dell’Apoteosi di Napoleone è opera dell’Autore.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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