Sono il primo a sapere che le recensioni alle mostre d’arte che scrivo su «La ricerca» assomigliano più alla condivisione di impressioni ed emozioni che non all’accurata descrizione di un evento. Ma anche stavolta, reduce dalla visita alla mostra de Chirico a Palazzo Reale di Milano (curata da Luca Massimo Barbero, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, da Palazzo Reale, da Marsilio e da Electa, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e Barcor17), non farò eccezione, iniziando con una vera e propria “confessione”.

  • x       Giorgio de Chirico, Ariadne, 1913, New York, The Metropolitan Museum of Art, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x      Giorgio de Chirico, Incertezza del poeta, 1913, Londra, Tate Modern, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019

Picasso e de Chirico

Sì, lo ammetto, mi piacciono da morire sia i quadri di Giorgio de Chirico (Volos, Grecia 1888 – Roma 1978) sia quelli di Pablo Picasso (Malaga 1881 – Mougins 1971), nonostante solitamente si parli del primo come di un “conservatore” e del secondo come di un “innovatore” all’interno del panorama artistico del Novecento.
Francamente, sono definizioni, queste, che lasciano un po’ il tempo che trovano; anche perché sia la pensosa aristocraticità del pictor optimus, sia il sanguigno vitalismo (talora in chiave avanguardistica) del pittore-Minotauro hanno prodotto una traccia indelebile nella coscienza artistica contemporanea. E poi, i due si conobbero ancor giovani a Parigi (tra il 1911 e il 1913), e nel 1948 proprio Picasso difese de Chirico dalle accuse di passatismo scrivendo che: «[...] de Chirico ha rinnegato tutte le avanguardie per ritornare ai pittori classici. Ne ha tutti i diritti». A propria volta de Chirico, interrogato sui suoi rapporti con l’illustre collega, espresse parole di stima, pur con qualche distinguo, affermando: «Picasso mi piace veramente quando comincia a fare le corride, le grandi donne, il periodo cosiddetto neoclassico» (ciò in un’intervista leggibile sul sito della Fondazione).

  • x      Giorgio de Chirico, Saluto all'amico lontano (Le salut de l’ami lointain), 1916, Verona, Collezione Carlon, Palazzo Maffei, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019

Insomma: nessuno mi toglie della testa che il legame più forte tra questi due pittori sia stata la comune passione per la classicità e la mitologia (nel caso di Picasso ne ho appena scritto su queste colonne); e che forse è proprio questo loro comune atteggiamento che li fa amare così tanto a un classicista come me, felice di vedere che a Palazzo Reale di Milano alla grande mostra picassiana dello scorso inverno sia in breve succeduta quella di de Chirico che ho appena visitato.

Il percorso della bellissima mostra milanese

Vengo ora al dunque, cioè proprio all’esposizione milanese, che con Picasso non ha nulla a che fare, perché propone solo opere del Maestro di Volos. E mi sbilancio subito dicendo che è bellissima, e che forse valeva la pena che Milano aspettasse quasi 50 anni dal lontano 1970, quando proprio a Palazzo Reale ci fu l’ultima personale di de Chirico.
Bellissima perché ricca di opere di varia provenienza nazionale e internazionale, ma anche perché priva sia di fronzoli espositivi, sia di eccessi di sovrastrutture intellettualistico-didascaliche. C’è quanto basta. I quadri, circa un centinaio, sono divisi in otto sale con un criterio misto di carattere cronologico (prevalente) e tematico.

  • x      Giorgio de Chirico, Le rive della Tessaglia, 1926, Faenza, Pinacoteca comunale, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x      Giorgio de Chirico, Trovatore, 1917, Collezione privata, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x      Giorgio de Chirico, Figliol prodigo, 1922, Milano, Museo del Novecento, Mondadori Portfolio / Archivio Mondadori Electa, Luca Carrà – Museo del Novecento, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x      Giorgio de Chirico, Autoritratto nel parco, 1959, Roma, Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019

Così si parte evocando la giovinezza a Volos, in Tessaglia, dove il Nostro nacque nel 1888, per arrivare alle tappe esistenziali e artistiche di Atene, Monaco, Torino, Parigi, Ferrara… ciascuna delle quali contribuì a costruire un background intellettuale, valoriale e artistico che comprende la mitologia greca (sentita come un retaggio della nascita in terra ellenica), la filosofia di Nietzsche, la pittura romantico-simbolista di Böklin, l’avanguardismo surrealista di Apollinaire, ma anche l’arte del Rinascimento italiano.
Il tutto sfocia in quella “Metafisica” che – a partire proprio dal periodo ferrarese (1915-19) – ha caratterizzato (e fors’anche eccessivamente etichettato) il Nostro, che in realtà ha alternato a questa tendenza altre manifestazioni espressive, dal romanticismo al classicismo al barocco, con una grande naturalezza e un’apparente indifferenza all’avversione di parte della critica a questo suo eclettismo. Ciò fino alla fine della sua lunga vita, che egli terminò – da pittore ancora attivo – nel 1978.

Tra sogno e realtà

Al di là dell’inseguimento di queste “etichette” (metafisica, romanticismo, classicismo, barocco…), credo che il filo conduttore della visita alla mostra milanese debba essere la frase dello stesso pittore, che affermò: «Viviamo in un mondo fantasmico con il quale entriamo gradatamente in dimestichezza» (G. de Chirico, 1918). Frase che completerei con un’altra del grande Jean Cocteau, che di de Chirico fu amico, e cioè «de Chirico, pittore accurato, prende in prestito dal sogno l’esattezza dell’inesattezza, l’uso del vero per promuovere il falso» (J. Cocteau, Il mistero laico, 1928).
Ciò ci consente di approcciarci alle singole opere senza eccessi di filologismo, nella coscienza che esse siano popolate da emblematiche visioni fantasmiche, profondamente oniriche eppure così vivacemente “fisiche”; così false nella loro verità. Solo guardandole con calma e attenzione possiamo giungere a quella dimestichezza cui si accennava…

Uno sguardo alle opere

Ecco qualche esempio. Dietro all’Ariadne (1913) che dorme o alla statua che si erge davanti a un casco di banane de L’incertezza del poeta (1913) si intravvedono, misteriosi, un treno e una nave; ne Il saluto all’amico lontano (1916) compaiono invece un pane ferrarese e un biscotto krumiro… il tutto a conferire l’impressione di una serie di enigmatiche corrispondenze di oggetti, solo apparentemente giustapposti (tra l’altro, proprio su de Chirico “pittore di oggetti” ho già scritto a proposito di una passata mostra alla Villa Reale di Monza).

  • x      Giorgio de Chirico, Muse inquietanti, 1913, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x      Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1923, Collezione privata, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x      Giorgio de Chirico, Gladiatori, 1928-29, Milano, Museo del Novecento, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019

E che dire delle complesse riletture del mito classico, evidenti ad esempio nelle tre versioni delle Muse inquietanti (1919, 1925, 1947), o nelle varie raffigurazioni dell’episodio omerico di Ettore e Andromaca? Stupenda davvero una del 1923, appartenente a una collezione privata! E poi abbiamo i consueti cavalli di ogni foggia con i templi sullo sfondo, i misteriosi manichini, gli archeologi con in mano i loro reperti, i dinamici gladiatori, i “ritorni” dell’alter ego Ebdomero, gli immancabili autoritratti nei più disparati travestimenti, come pure le baroccheggianti Bagnanti (1934) e una veduta del Canal Grande a Venezia (1952) che può rivaleggiare con Canaletto; per non parlare dei Bagni misteriosi (1934), che “uscendo” dalle tele sono divenuti una fontana milanese nel 1973.

  • x      Giorgio de Chirico, Bagni misteriosi, 1934, Parma, Collezione Barilla di Arte Moderna, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x     Giorgio de Chirico, Bagnanti sopra una spiaggia, 1934, Roma, Collezione Valsecchi, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019
  • x     Giorgio de Chirico, Canal Grande a Venezia, 1952, Milano, Collezione privata, Courtesy Farsettiarte, Prato, © Giorgio de Chirico by SIAE 2019

Soggetti ripetuti, con i quali – lo ribadisco – la nostra dimestichezza si accresce sala dopo sala, pur nella consapevolezza che dimestichezza non voglia dire soluzione di misteri ed enigmi. Soggetti la cui ripetitività è indizio della ricerca mai doma di una forma che sappia dare sostanza a inquietudini individuali e collettive, delle quali il pictor optimus diventa una sorta di sacerdote laico, l’officiante di un rito iniziatico al quale invita i contemplatori dei suoi quadri.

Andy Warhol e de Chirico

Di ciò si era accorto con grande acutezza Andy Warhol, ammiratore di de Chirico, che affermò: «de Chirico ha ripetuto le stesse immagini per tutta la vita. Credo che l’abbia fatto non soltanto perché i collezionisti e i mercanti d’arte glielo chiedevano, ma perché gli andava di farlo e considerava la ripetizione un mezzo per esprimersi. Probabilmente è questo che abbiamo in comune… La differenza? Quello che lui ripeteva regolarmente anno dopo anno, io lo ripeto nello stesso giorno nello stesso dipinto».

Ho dunque iniziato parlando di Picasso, e finisco citando Warhol: due grandi “innovatori” che apprezzarono de Chirico. Siamo allora proprio sicuri che la pittura di quest’ultimo sia così anacronistica e passatista (come qualcuno ha pensato), o invece manifesti semplicemente una metastorica capacità di attraversare indenne le “correnti” – talora non troppo placide – della storia dell’arte? Credo a rispondere a questa domanda possa contribuire la lettura del poderoso catalogo della mostra, edito da Marsilio Electa a cura di Luca Massimo Barbero; ma soprattutto, possa servire la spassionata visione diretta (prolungata, silenziosa…) delle opere esposte a Palazzo Reale.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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