Cinquant’anni fa, nel 1968, nel corso di una campagna di scavi nei pressi della colonia greca di Poseidonia, cui i Romani diedero il nome di Paestum, venne alla luce una sepoltura affrescata datata intorno al 480/470 a.C. e nota come Tomba del Tuffatore, dalla raffigurazione pittorica che decorava la lastra di copertura del sepolcro a cassa.Presso il Museo Archeologico Nazionale di Paestum, nel cinquantesimo anniversario dal ritrovamento, è stata allestita la mostra “L’immagine invisibile”. Inaugurata il 3 giugno scorso, in coincidenza con l’anniversario del rinvenimento, l’esposizione temporanea potrà essere visitata fino al 7 ottobre 2018 e, dal 4 al 6 dello stesso mese di ottobre, si svolgerà un’iniziativa a essa collegata: il convegno internazionale di studi “La Tomba del Tuffatore: rito, arte e poesia a Paestum e nel Mediterraneo”. La mostra è segnalata anche nella app Arte Intorno, strumento noto ai lettori de La ricerca grazie all’intervento di Elena Franchi.

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Mettere in mostra l’invisibile

Gabriel Zuchtriegel, curatore della mostra “L’immagine invisibile” e direttore del Parco Archeologico di Paestum, spiega nella guida a stampa che accompagna la mostra – in piccolo, delizioso formato – che l’invisibilità a cui allude il titolo è sia letterale che metaforica: deriva, cioè, sia dal fatto che l’affresco del tuffatore (fig.2) decorava la parte interna del coperchio di una tomba destinata a rimanere sigillata, quindi invisibile, per l’eternità, sia dal fatto che resta a oggi aperto il dibattito iconologico fra gli specialisti, così che il significato di quell’immagine resta oscuro, invisibile appunto. Attraverso 50 opere provenienti da 19 Musei e Fondazioni è stata dunque allestita «un’anti-mostra», secondo la definizione degli organizzatori, che non offre ai visitatori risposte certe e definitive, ma li invita a partecipare alla ricerca del senso di quel tuffo che un ignoto artista ha dipinto 2500 anni fa.

  • x Paestum, Tomba del Tuffatore

Il prodotto di un incrocio di culture

Negli ultimi cinquant’anni gli archeologi hanno cercato di individuare la matrice culturale – greca oppure etrusco-italica – della realizzazione pittorica, dato che in essa convivono elementi contraddittori: dall’ambiente greco potrebbe derivare la buona qualità della pittura, benché forse sia opera di maestranze locali, così come le scene di simposio, che decorano le quattro pareti della cassa sepolcrale, appartengono a un repertorio di chiara ascendenza greca; i Greci, però, non usavano porre cicli pittorici all’interno delle loro tombe. A lungo si sono fronteggiati gli studiosi che propendevano ora per l’origine greca, ora per quella etrusco-italica, anche in forza dell’accostamento con una capolavoro dell’arte etrusca, la scena della Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia (fig.3). Oggi il dibattito su questo fronte è stato risolto con un felice compromesso, attribuendo le interferenze culturali all’osmosi tra mondi diversi, ma contigui, dato che Poseidonia era una città di frontiera: sub-colonia della greca Sibari, era per posizione geografica situata tra la Magna Grecia e il mondo etrusco campano. La Tomba del Tuffatore è perciò un prodotto della convivenza di culture diverse che fondono le loro identità.

  • x Paestum, Tomba del Tuffatore, lastra della parete a nord.

Quando i tuffi non erano una pratica sportiva

Continua, invece, a essere oggetto di diverse esegesi il significato della scena che ha dato il nome alla tomba: dopo essersi gettato da una struttura a blocchi squadrati, un giovane uomo è sospeso in un gesto armonioso e temerario insieme, un attimo prima di inoltrarsi in uno specchio d’acqua dalla superficie mossa; ai margini sono posti due arbusti che faticano tuttavia a caratterizzare in senso naturalistico e realistico il quadro, circondato anche da un’elegante cornice. Deve essere in primo luogo esclusa la troppo facile interpretazione realistica derivante dalle abitudini e dalle pratiche odierne: l’artista non aveva certo in animo di immortalare un’impresa sportiva, dato che il tuffo dal trampolino non era affatto una pratica agonistica nel mondo antico, anzi vi si cimentavo per necessità solo gli umili pescatori. Solo i più ingenui naturalmente possono cadere in un simile equivoco, mentre i più avvertiti colgono immediatamente il senso della distanza culturale tra il passato e il presente e si affrettano a cercare diverse letture. 
Visto il contesto funerario in cui il gesto del tuffo si colloca, esso potrebbe essere inteso simbolicamente come il passaggio dalla vita alla morte: nell’immaginario antico, infatti, spesso il transitus nell’Aldilà prevedeva di oltrepassare un fiume o una palude; da questo dipendono le numerose attestazioni di scene di viaggio per mare o di navi sui rilievi funerari greci e romani.

La tomba di un iniziato

Ma i più esperti sono andati ben oltre nella ricerca di significato. Se l’immagine del tuffo è rara, piuttosto originale nell’iconografia sepolcrale, le scene di banchetto sono al contrario ampiamente attestate. Le quattro pareti laterali della Tomba del Tuffatore (figg. 4, 5, 6, 7) rappresentano una complessa situazione conviviale: sulle lastre nord e sud dieci simposiasti alla fine del convito si abbandonano ai piaceri del vino, della musica, del gioco e dell’eros, mentre nelle lastre est ed ovest compaiono rispettivamente un giovane coppiere nell’atto di distribuire vino dopo averlo tratto da un grande cratere inghirlandato e un flautista seguito da un corteo di due danzatori.
Mettendo in relazione da un punto di vista iconologico il tuffo con il simposio, così da formare un programma figurativo coerente con lo scopo di rappresentare un tratto della personalità del defunto, è stata proposta una lettura in chiave misterica dell’intero ciclo pittorico. Il tuffo rituale, l’immersione nell’acqua con potere purificatore e salvifico, e il banchetto rimandano ai culti di Dioniso e di Orfeo e ai riti misterici degli iniziati al dionisismo e all’orfismo. Non si tratterebbe peraltro di un caso isolato, dato che, in Magna Grecia, si conoscono altri monumenti legati a credenze misteriche, come le laminette d’oro con testi “orfici” da Thurii e l’affresco delle danzatrici della tomba di Ruvo di Puglia (presenti in mostra). Nella stessa Paestum sono stati rinvenuti vasi decorati con elementi dionisiaci, che ben documentano come il tema fosse radicato nell’immaginario locale: la pelike attica a figure nere con danzatore e suonatrice di flauto, un frammento di cratere a figure rosse con Dioniso e Sileno e un’anfora d’importazione attica con baccante sono pezzi significativamente inseriti nel percorso della mostra.
Il ritrovamento di un’epigrafe cumana del V secolo a.C., pure esposta in mostra, che segnalava un luogo di sepoltura separato, riservato ai soli adepti di Dioniso, sembra spiegare anche la ragione per cui la Tomba del Tuffatore è stata scoperta in un’area marginale, lontano dalla necropoli urbana di Poseidonia. I riti misterici nell’area campana hanno poi avuto fortuna e diffusione anche nei secoli successivi, come è noto: basti pensare al celeberrimo ciclo di affreschi della Villa dei Misteri di Pompei.

  • x Paestum, Tomba del Tuffatore, lastra della parete a sud.
  • x Paestum, Tomba del Tuffatore, lastra della parete a est.
  • x Paestum, Tomba del Tuffatore, lastra della parete a ovest.

La forza evocatrice di un dio e del suo aedo

La mostra di Paestum ha il pregio di avventurarsi in un territorio insidioso quanto ricco di interesse, quello della ricezione dell’antico nell’età moderna e contemporanea e della risemantizzazione dei suoi valori. Numerosi artisti, scultori e poeti contemporanei non hanno saputo resistere alla forza evocatrice dell’immagine del Tuffatore, ma, prima ancora che la Tomba venisse ritrovata, in molti si sono lasciati trascinare dalla suggestione del dio misterioso e inafferrabile, nonché del suo aedo Orfeo – due figure liminari, legate al mondo dei morti, in grado di annullare i confini fra razionale e irrazionale, fra vita e morte che secondo molti esegeti dell’antico hanno ispirato l’ignoto pittore di Paestum. Il Bacco di Reni, quello di Velásquez (presente in copia), le Menadi di Canova, pur così diverse per gusto e sensibilità, non trasmettono l’inquietudine delle tele moderne, variazioni attorno al tema esistenziale della perdita di ogni certezza: l’Orfeo (1897) del simbolista Marcel Béronneau, allievo prediletto di Moreau (fig. 8), Il pastore (1938) di Mario Sironi (fig. 9) e l’Orfeo trovatore stanco (1970) di Giorgio De Chirico (fig. 10) sono documenti eccezionali di come dietro i connotati di alterità che caratterizzano il passato si possano trovare strumenti efficaci per interpretare i tempi nuovi.

  • xMarcel Béronneau, "Orfeo" (Oephee aux Enfers), 1897, olio su tela (Musée des Baux-Arts de Marseille).
  • xMario Sironi, "Il pastore", 1938, tempera su tela (Archivio Sironi, Roma).
  • xGiorgio De Chirico, "Orfeo trovatore stanco", 1971, olio su tela (Collezione De Chirico, Roma).

Il Tuffatore fra neorealismo fotografico e astrattismo concettuale

A chiudere il percorso espositivo, due opere che, accostate all’antico, producono un effetto straniante nel visitatore: Il tuffatore di Nino Migliori (1951) e Il tuffatore di Carlo Alfano (1972). Lo scatto fotografico di Migliori (fig. 11), della serie Gente del Delta, grazie alla presenza di una seconda figura saldamente ancorata alla superficie del molo, enfatizza la sospensione aerea del soggetto protagonista, colto in una posizione plastica tesa e parallela alla superficie dell’acqua. L’installazione artistica di Alfano (fig. 12), recentemente restaurata, venne realizzata dall’artista su invito di Mario Napoli, lo scopritore della Tomba del Tuffatore ed è la prima esperienza di contaminazione tra antico e contemporaneo in un Museo archeologico in Italia. Si tratta di una fontana posta nel cortile su cui affaccia la sala in cui sono esposti gli affreschi della Tomba del Tuffatore: solo una sottile e trasparente divide due opere che invece sono separate da 2500 anni di storia. La fontana è espressione dell’astrattismo concettuale su cui a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso si è concentrata la ricerca artistica di Alfano, che ha progettato un ambiente tridimensionale allo scopo di evidenziare il rapporto tra spazio e tempo, tra l’individuo e l’altro da sé: Il tuffatore contemporaneo si compone di cinque cilindri di differenti altezze posti su una base tassellata di marmo bianco e nero secondo un disegno geometrico optical; due cilindri sono di acciaio e riflettono come uno specchio la realtà circostante, gli altri tre sono di plexiglas, attraversati dalla luce naturale. L’assenza di ogni elemento figurativo e il tentativo di rappresentare la pura forma rende ambigua l’interpretazione dell’opera. È questo l’elemento che accomuna la realizzazione più recente con quella più antica che l’ha ispirata: l’impossibilità di fornire una lettura univoca è in entrambi i casi espressione di una tensione verso la ricerca di significati profondi e misteriosi che ha caratterizzato l’uomo in ogni tempo.

  • x Nino Migliori, Il Tuffatore, 1951, fotografia (Archivio Nino Migliori, Bologna).
  • x Carlo Alfano, Il Tuffatore, 1972, installazione (Museo Archeologico Nazionale di Paestum); sullo sfondo, oltre la vetrata, nella sala Mario Napoli, sono esposti gli affreschi della Tomba del Tuffatore (al centro il coperchio con l’immagine del tuffatore, ai lati le pareti con scena simposiaca).

Claudia Mizzotti

già bibliotecaria, insegnante di Lettere italiane e latine nel liceo e formatrice, è autrice Loescher di un manuale di storia.

 
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