Ci sono pittori che da gran tempo sono entrati nel cuore dei collezionisti, e che invece stentano ad avere una loro piena riconoscibilità a livello storico e critico: ben venga, dunque, ogni tentativo di farli conoscere meglio. Uno di questi è Mosè Bianchi (1840-1904), monzese e zio dell’altrettanto noto Pompeo Mariani, del quale ho già scritto su queste colonne.Mosè Bianchi è stato un artista che ha incarnato pienamente la complessità dell’arte italiana di secondo Ottocento, in bilico tra gli ultimi echi romantici, le suggestioni realiste e scapigliate, e l’inquietudine di fine secolo. Le sue opere riproducono – con uno stile mosso, vibrante e inconfondibile, che in qualche frangente sembra quasi occhieggiare alle “impressioni” d’Oltralpe – perlopiù bellissime vedute: scorci milanesi, veneziani, chioggiotti o turbolente marine. Senza dimenticare le figure umane, per lo più di “umili” popolani, alle cui fatiche il Nostro sembra partecipare; o anche le interessanti nature morte. E se l’olio su tela o tavola era probabilmente la tecnica che più lo esaltava, Bianchi fu pure valente acquarellista e raffinato incisore, a testimonianza di una perizia artistica molto elevata: chi scrive è, tra l’altro, un grande estimatore della sua opera grafica. 

Ultimamente sembra che si sia acceso (ed era ora…) l’interesse della critica sulla sua figura, sicuramente penalizzata negli anni dall’eterogeneità tematica della sua produzione. Ma Mosè Bianchi era un pittore, e amava dipingere: non è un male, no? E nondimeno amava vendere quadri e ottemperare così alle pressanti richieste della sua clientela; e si compiaceva certo di sapere che le sue opere erano molto apprezzate, e impreziosivano le case di molte persone importanti dell’epoca. Comunque sia, a poca distanza da una rassegna che gli ha dedicato nel 2016 la GAM Manzoni di Milano intitolata Mosè Bianchi. La Milano scomparsa, i Musei Civici di Monza propongono nella sede della Casa degli Umiliati un’esposizione dal titolo: Mosè Bianchi. Ritorno a Monza, a cura di Dario Porta.

  • xLa locandina della mostra
  • xMosè Bianchi, «Chioggia» (studio)
  • xMosè Bianchi, «Cleopatra»
  • xMosè Bianchi, «Volo di colombi»
  • xMosè Bianchi, «Lavandaie»

La mostra è stata possibile grazie alla collaborazione dei Musei Civici di Monza con la Galleria d’Arte Moderna di Milano e alcune parrocchie brianzole. Presenta una trentina di opere di tecnica e soggetto assai vari; per lo più si tratta di quadri di provenienza milanese, che nel secolo scorso erano stati in quarantennale giacenza presso la Pinacoteca Civica della Villa Reale di Monza: ciò fino al 1994, quando però la Pinacoteca era già chiusa da un pezzo. 

Poiché, molto “civilmente”, il catalogo è scaricabile gratuitamente in formato PDF dal sito del Museo , darò qui solo qualche breve impressione – più da visitatore che da recensore – affidando ai lettori il compito di indagare da soli sull’esposizione nel suo complesso. Segnalo allora, così di botto…, le due opere che mi hanno maggiormente impressionato: cioè una conturbante Cleopatra (soggetto amato dall’artista, al pari della Signora di Monza) del 1872 e uno straordinario, modernissimo, Volo di colombi di datazione imprecisata; ma nondimeno riconosco la qualità di alcuni bei soggetti popolari, come le energiche Lavandaie del 1890: ci sembra davvero di vedere in loro quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo di cui parlava Alessandro Manzoni.

Soltanto qualche parola in più per i piccoli, ma bellissimi, dipinti “inediti” di Bianchi mai esposti al Museo monzese: essi derivano da acquisti del Comune durante le aste londinesi che dispersero nel 1987 la famosissima “Collezione Bernasconi” di Lugano, la quale vantava circa 2500 pezzi (tra i quali ben un migliaio di Mosè Bianchi!); spicca tra questi una emozionante Veduta di Chioggia, di dimensioni modeste (12 x 20) ma di grande qualità: invito i lettori a lasciarsi vincere dalla pace che evoca questo studio.

Tutto qui allora, per una mostra che è sì “piccola”, ma carica di significato, poiché si può parlare di un vero e proprio – ancorché temporaneo – “ritorno a casa” delle opere del famoso pittore monzese; e ciò ha davvero un valore simbolico che va al di là della qualità (non del tutto uniforme, va detto) o quantità (non elevata) dei dipinti esposti: testimonia infatti il rinnovato fervore culturale della “sua” Monza, che sempre più vuole affiancare alla tradizionale nomea di città produttiva quella di importante città d’arte. E di certo a ciò non poco hanno contribuito – negli anni passati – il restyling del Museo del Duomo e il restauro della Cappella di Teodolinda, la riapertura della Villa Reale, e – last but not least – proprio la nuova sede dei Musei Civici della Casa degli Umiliati, sulla quale ho già scritto in passato.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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