La “Johannesburg Art Gallery”, la pinacoteca più grande e importante del continente africano, è il risultato del visionario progetto di una donna ricca, volitiva e coraggiosa vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Era nativa di Cape Town, si chiamava Dorothea Sarah Florence Alexandra Ortlepp Phillips (1863-1940) – per tutti Lady Florence Phillips – ed era moglie di un magnate dell’industria mineraria; il suo sogno era quello di trasformare la città sudafricana in una capitale di respiro europeo, dotandola di un museo che divenisse anche centro culturale e luogo di valorizzazione delle esperienze artistiche locali. 

La pinacoteca fu inaugurata nel 1910, e i suoi quadri furono acquistati sia dai coniugi Phillips (a tal fine Lady Florence vendette anche alcuni gioielli di famiglia), sia da colleghi industriali del marito, che contribuirono generosamente all’impresa. Impresa che sarebbe stata impossibile senza la preziosa regia di Sir Hugh Percy Lane, collezionista e mercante inglese che contribuì a “sprovincializzare” i gusti della Phillips, che stravedeva per la pittura inglese, e a farle conoscere l’innovativo universo degli Impressionisti francesi. 

Una sessantina di opere di varie tecniche provenienti da questo museo sono oggi visibili nella suggestiva sede della Villa Reale di Monza, in una esposizione dal titolo Da Monet a Bacon. Capolavori della Johannesburg Art Gallery, prodotta da Nuova Villa Reale, Cultura Domani e ViDi, con la collaborazione di ArtGlass e il patrocinio del Comune di Monza, e curata da Simona Bartolena (Catalogo Skira). 

  • xGustave Courbet, «Scogliera a Étretat», 1869
  • xPaul Signac, «La Rochelle», 1912
  • xLuis Eugene Boudin, «Il porto di Trouville», 1893
  • xClaude Monet, «Primavera», 1865
  • xEdgar Degas, «Ballerine», 1898
  • xAlfred Sisley, «Sulle rive del fiume», 1881
  • xGeorge Pemba Kwa Stemele, «Scena di ballo», 1981
  • xAntonio Mancini, «Ritratto di Lady Phillips», 1909

Il racconto comincia dall’Ottocento inglese e da due opere di William Turner; prosegue con il dipinto di Lawrence Alma-Tadema, La morte del primogenito, luttuosa ma delicata scena ambientata nell’antico Egitto, e con alcuni lavori di Preraffaelliti, quali John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti: di quest’ultimo viene esposto il piccolo olio, Regina cordium, “la regina di cuori”, ovvero Elizabeth Siddal, sfortunato amore del pittore. 
La mostra continua con una sezione dedicata ai pittori che a fine Ottocento scelsero la pittura en plen air: tra loro Jean-Baptiste Camille Corot, di cui vediamo un piccolo Paesaggio e Gustave Courbet, di cui ammiriamo uno scorcio della celeberrima scogliera di Étretat. 

La generazione impressionista è introdotta da Eugéne Boudin, autore molto amato da chi vi scrive: i tre suoi dipinti sono, infatti, tra le cose che ho maggiormente apprezzato della mostra (ah, che nostalgia per la malinconica eleganza della spiaggia di Trouville!). Non mancano però anche opere di Edgar Degas (Le ballerine), Claude Monet (Primavera) e Alfred Sisley (Sulle rive del fiume), come pure due esempi del pointillisme di Paul Signac: bella soprattutto la veduta di La Rochelle. 
Si passa poi alla stagione post-impressionista, rappresentata – tra gli altri – da nomi del calibro di Paul Cézanne (I bagnanti) e Vincent Van Gogh (Ritratto di un uomo anziano). 

Le acquisizioni più recenti (alcune avvenute, ovviamente, dopo la morte di Lady Phillips) sono relative opere del Novecento; troviamo qui maestri come Henri Matisse e Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, per arrivare ai britannici Francis Bacon e Henry Moore, e ai protagonisti della pop art americana Roy Lichtenstein e Andy Warhol. 
Chiude l’esposizione la sezione che indaga l’arte sviluppata in Sudafrica nel Novecento, con alcuni suggestivi dipinti che mostrano l’interesse sociale di questi pittori. 

Che dire? Mostra interessante, anche perché l’eterogeneità della collezione sudafricana e la storia della sua genesi meritano attenzione. Se dicessi però che le opere esposte rappresentino il “meglio” dei celebri autori che ho nominato mentirei: sono mediamente buoni quadri, alcuni molto buoni, ma certo non tutti “capolavori”. Tutto qui. E lo dico sperando di non mancare di rispetto alla memoria di Lady Florence Phillips, che ha fatto del suo meglio: anche perché dal bel ritratto di Antonio Mancini che è qui esposto i suoi occhi vivaci e pensosi ispirano molta simpatia.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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