Nel 2016 si è celebrato il 150° anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia, e Milano (ma non solo) ha visto molte importanti iniziative ispirate al mondo del Sol Levante: non ultima la straordinaria prima scaligera con la «Madama Butterfly» di Giacomo Puccini.  Chi scrive la prima l’ha vista soltanto in TV: in attesa del rinnovo del contratto docente gli oltre duemila euro del biglietto erano un pochino (giusto un pochino…) fuori budget! Ha avuto però la fortuna di visitare una delle mostre di “ispirazione nipponica” più belle che Milano abbia mai ospitato, e cioè Hokusai, Hiroshige, Utamaro, curata da Rossella Menegazzo negli spazi di Palazzo Reale (Catalogo Skira).Si tratta di una meravigliosa esposizione delle incisioni dei grandi maestri del “mondo fluttuante” (ukiyo-e), i quali – a cavallo tra Settecento e Ottocento – imposero con le loro opere una significativa svolta alla mentalità e alla sensibilità artistica del Giappone. Infatti, parallelamente all’affermazione politica della città di Edo (l’odierna Tōkyō), le xilografie dei nostri artisti facevano scoprire a un pubblico sempre più vasto che si poteva superare l’etica arcaica e guerresca del samurai, per godere invece delle meraviglie della natura, dei piaceri della vita, della bellezza femminile e in generale della vita quotidiana, transitoria, "fluttuante", appunto.

Attraverso 200 xilografie policrome provenienti dalla collezione del Honolulu Museum of Art, la mostra propone un viaggio nel mondo artistico di tre maestri, ciascuno con una singolare specificità. Katsushika Hokusai (1760‐1849) e Utagawa Hiroshige (1797‐1858), infatti, hanno interpretato al meglio la rappresentazione della natura, sia essa paesaggio puro e semplice, sia essa paesaggio antropizzato; Kitagawa Utamaro (1753‐1806) ha invece rivoluzionato la ritrattistica giapponese, raffigurando non “tipi”, ma uomini e – soprattutto – donne, con una loro precisa caratterizzazione psicologica. 

  • x Hokusai, «La [grande] onda presso la costa di Kanagawa», dalla serie «Trentasei vedute del monte Fuji» (Fugaku sanjū rokkei), 1830-1832 circa
  • xHokusai, «Giornata limpida col vento del sud [o Fuji rosso]» (Gaifū kaisei), dalla serie «Trentasei vedute del monte Fuji» (Fugaku sanjū rokkei), 1830-1832 circa
  • xHokusai, «Il santuario Honganji di Asakusa a Edo» (Tōto Asakusa Honganji) della serie «Trentasei vedute del monte Fuji» (Fugaku sanjū rokkei), 1830-1832 circa
  • x Hiroshige, «Narumi. Negozi che vendono i celebri tessuti shibori», dalla serie «Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō», 1848-’49
  • xHokusai, «Cardellino e ciliegio piangente» (Uso shidarezakura) della serie «Piccoli fiori», 1832 circa
  • x Hiroshige, «Aronia e ciuffolotto», 1832 circa
  • x Utamaro, «Yoyogiku e Yoyotsuru della Matsubaya», dalla serie «Illustrazione completa delle parodie del kabuki di Yoshiwara», 1798
  • xUtamaro, «La ragazza precoce» (Ochappii) della serie «Varietà di fiori secondo il loro linguaggio» (Sakiwake kotoba no hana), 1802

Diciamolo francamente: chi scrive non è un vero esperto di arte giapponese, e pertanto si limiterà a qualche riflessione “in libertà”, raccontando soprattutto le emozioni provate davanti alle serie di incisioni esposte a Palazzo Reale. 

Impressionano, anzitutto, la ripetitività dei soggetti e le infinite variazioni sul tema dei due maestri del paesaggio giapponese, chiamati qui “rivali di natura”. Infatti, dopo le Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai (1830‐32 circa), Hiroshige propose anch’egli una serie dallo stesso titolo (1852‐58). E senza dubbio il Monte Fuji è il protagonista di gran parte della mostra, ed è inutile dire che la serie completa di Hokusai sia una delle più emozionanti tra quelle esposte: tra queste incisioni spicca – oltre all’arcinota Onda – anche un incredibile Fuji rosso. L’artista infatti ha voluto raffigurare il vulcano in varie stagioni e in vari orari e condizioni meteorologiche: facile capire perché Claude Monet si sia appassionato (al pari di Van Gogh, Degas, Toulouse‐Lautrec) all’arte giapponese, e abbia provato a riproporre sequenze come queste nelle sue celebri vedute de La cattedrale di Rouen.
Dunque immagino che anche Monet, il quale nel suo giardino di Giverny fece riprodurre ponti e cascate che aveva visto nelle stampe giapponesi, si sarebbe soffermato sulle xilografie in mostra a Milano: quelle di ponti, appunto, di fiumi, ma anche di pesci, uccelli, fiori, soggetti nei quali eccelsero sia Hokusai sia Hiroshige, maestro – quest’ultimo – anche di natura antropizzata nelle variopinte Cinquantatrè stazioni del Tōkaidō.

E che dire delle sensuali ragazze raffigurate da Utamaro? Tutte bellissime, tutte eleganti, di una “classe” senza tempo, ma una più delle altre, e cioè La ragazza precoce, che morde un fazzoletto mentre assiste con partecipazione a uno spettacolo teatrale. L’impressione è quella di essere seduti accanto a lei…

La visita a questa mostra richiede un po’ di tempo, poiché il materiale esposto è davvero tanto. Eppure al suo termine si ha un po’ quella sensazione che si prova quando si finisce un bel libro: si vorrebbe infatti incominciare da capo. E si fatica a levarsi dagli occhi la vista di quelle morbide montagne, di quelle donne raffinate dai vestiti eleganti e dagli occhi a mandorla, di quei paraventi istoriati che lasciano immaginare confortevoli dimore; insomma, ancora per un po’ si ha ancora la piacevole impressione di “fluttuare”…

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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