Il futuro regista Jean Renoir (1894-1979) nel 1915, ferito in guerra, trascorre la convalescenza a Parigi insieme con l’anziano padre, il grande pittore Pierre-Auguste (1841-1919), allora già duramente provato dall’artrosi che gli aveva deformato le mani e ne aveva limitato la mobilità.
I due “infermi” devono allora avere di molto abbassato quella cortina di riserbo che di solito si instaura tra genitori e figli, se è vero Jean ha preso spunto proprio da quei dialoghi per scrivere una straordinaria (e straordinariamente soggettiva…) biografia del padre, edita in Francia nel 1962 e ora ripubblicata in Italia (dopo molti anni) da Adelphi col titolo Renoir, mio padre (Adelphi, Milano 2015, 434 pp., € 22,00).
La prima cosa che impressiona è la teoria del “turacciolo” che sembra orientare la vita di uno dei più grandi artisti di sempre, che si paragonava a un pezzo di sughero trasportato da un corso d’acqua, a dimostrazione che del fatto che non si deve fare troppa resistenza davanti alle opportunità che la vita ci offre. E così, figlio di un sarto ma con una precoce ispirazione pittorica, troviamo il nostro – ancora ragazzo – a sorprendere tutti come decoratore di ceramiche o di tende: era in quegli atelier che il “turacciolo” era stato spinto dalla corrente!
Solo nel 1862, per intercessione di Charles Gleyre, Renoir fu ammesso nel 1862 all’Ecole des Beaux-Arts dove conobbe Sisley, Fréderic Bazille e Claude Monet, e dove si formò come pittore. Da lì, senza mai lasciarsi scoraggiare da difficoltà economiche o dalle feroci critiche per le prime mostre sue e di quelli che poi si chiameranno Impressionisti, il “turacciolo” – che in realtà sapeva nuotare benissimo… – iniziò un percorso di lavoro, di successo artistico (i primi a valorizzarlo furono però i collezionisti americani!), di soddisfazioni familiari (in primis il matrimonio con la giovane Aline, madre dei suoi tre figli) ma anche, come per tutti, di sofferenze e di dolori.
E a quest’ultimo proposito, già ho accennato ai pesanti acciacchi degli ultimi anni, che saranno la spinta – per motivi climatici - per il trasferimento a Cagnes-sur-mer, in Costa Azzurra, dove ancora oggi si può visitare la sua casa-museo immersa tra gli ulivi.

Il libro, come ho detto, si configura come un racconto fittissimo di dati, citazioni, aneddoti, e talora ci sentiamo catapultati nella Francia del tempo o addirittura nelle varie case che Renoir ha abitato nella sua vita, e quasi di vederlo – bambino – che sbuccia i piselli o partecipa al tradizionale pranzo familiare col bollito misto. Scelgo dunque solo tre brevi spunti, che mi hanno particolarmente colpito.

  • xLa copertina del libro, tradotto da Roberto Ortolani
  • x"Ballo al Moulin de la Galette" (1876), Museo D'Orsay di Parigi
  • x"Colazione dei Canottieri" (1880-82), Phillips Collection di Washington
  • xRitratto giovanile di Aline, poi divenuta moglie di Renoir, Metropolitan Museum, New York
  • x"Venezia" (1881), Clark Art Institute di Williamstown (Massachusetts)
  • x"Bagnanti" (1901), Museo Renoir, Cagnes
  • x"Ritratto di fanciulle" (1890 ca.), Museo Orangerie, Parigi
  • x"La famiglia dell'artista" (1896), The Barnes Foundation, Merion, Pennsylvania
  • x"Ulivi a Cagnes" (1910 ca.), collezione privata
  • x"Jean Renoir a caccia" (1910), Los Angeles County Museum of Art

Il primo è quello che forse mi ha impressionato di più, ed è lo squarcio di storia di Francia che emerge dalle relazioni personali e familiari che in questo libro sono evidenziate: roba che sarebbe piaciuta a Émile Zola, il quale ne avrebbe di sicuro fatto un romanzo. A bazzicare, a metà Ottocento, la casa del modesto sarto padre di Renoir, infatti, era un anziano boia che si era distinto ai tempi del Terrore una cinquantina d’anni prima! E dal sarto amico del boia nacque un pittore, che da piccolo vide i tempi della nuova Rivoluzione del 1848 e l’instaurazione di Napoleone III; e quindi da un pittore è nato un regista, prima ferito nella Grande Guerra (la fine del “secolo breve”) e poi interprete della modernità con la sua macchina da presa! Capite allora perché Zola (pure citato nel libro), forse, di romanzi ne avrebbe scritti non uno, ma due o tre?

Il secondo spunto è dato dalle citazioni testuali di alcuni articoli del 1874 che stroncavano la pittura dei futuri Impressionisti: l’allusione più frequente è quella alla follia di questi giovani (Manet, Pissarro, Renoir, Cezanne, Berthe Morisot..), poiché si giunge ad affermare che una loro mostra dovrebbe non “essere più di competenza della critica, ma del Dottor. Blanche (un noto neurologo!, N.d.A.)” (da «La Presse» del 29 aprile).

Tengo per terza (e ultima) la riflessione più importante dal punto di vista artistico. Si tratta dell’idea gioiosa e totale della pittura che Renoir aveva, ben incarnata dalla sua frase: “Credi a me, tutto può essere dipinto. Certo, è meglio dipingere una bella fanciulla o un paesaggio. Ma si può dipingere tutto”. E lui ha veramente dipinto tutto, anche se le generose figure femminili e i vivaci paesaggi – dalle rive della Senna agli ulivi del Midi – gli sono riusciti particolarmente bene: anche in questo aveva ragione. E che il dipingere gli piacesse oltre misura lo rivela un gustoso aneddoto contenuto nel libro: il nostro – già famoso – davanti a coloro che gli si presentavano davanti con un “falso Renoir”, glielo rifaceva autentico! Capiva bene che alcuni di loro erano scrocconi che si approfittavano della sua generosità, ma diceva ai suoi “è meno faticoso dare qualche pennellata che trovare delle ragioni per non farlo”.
E, forse, nessuna altra frase riassume meglio la personalità di un uomo che si definiva “turacciolo” ed era invece un genio.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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