Un viaggio nel museo che ospita i frontoni del tempio di Afaia a Egina

Gli amanti dell’archeologia saranno sicuramente tristi per la notizia della chiusura per restauri (fino al 2019, pare) dell’ala del Pergamonmuseum di Berlino che ospita proprio l’Altare di Pergamo, una delle maggiori manifestazioni dell’arte ellenistica. Chi scrive ha avuto la fortuna di vederlo ben due volte, e il privilegio – durante il congresso quinquennale dell’Association Internationale d’Épigraphie Grecque et Latine del 2012 – di assistere a un’indimenticabile sessione di lavori svoltasi proprio davanti al fregio della più nota "Gigantomachia" dell’antichità. Guardando quelle meravigliose decorazioni, è stato per me impossibile non pensare anche all'importanza scientifica e politica della Germania del secondo Ottocento, quando gli archeologi tedeschi, seri e preparati, operavano dappertutto; e ciò proprio mentre il cancelliere Bismarck costruiva un nuovo e potentissimo impero. Archeologia e politica, infatti, sono da sempre (e in parte lo sono ancora) intimamente legate.
Voglio ora, in seguito a un mio recente viaggio a Monaco di Baviera, suggerire una nobile alternativa (se così posso esprimermi) alla visita dei resti pergameni, oggi impossibile. Parlo dei tesori archeologici contenuti nei due edifici "gemelli" di gusto neoclassico che Ludwig I di Baviera (allora non ancora re) fece erigere nel 1815 nell’ambito di un più generale restyling della città: e cioè la Glyptothek, con le sue famosissime statue, e lo Staatlichen Antikensammlungen, con la sua impareggiabile collezione di ceramiche antiche.
Anche in questo caso politica, archeologia, storia dell’arte s'intrecciano in modo indissolubile, giacché il principe (e dal 1825 re) bavarese fu un grande ammiratore del mondo greco, nonché collezionista quasi compulsivo di opere artistiche di ogni epoca. Ma soprattutto – pervaso dal gusto neoclassico allora imperante – mirava a dare alla sua Monaco l’aspetto della "Nuova Atene", poiché alla Königsplatz, dove sorgono i due musei già citati, si accede ancora oggi attraverso imponenti propilei modellati su quelli dell’Acropoli.
E chissà se già allora Ludwig osava immaginare che il sue secondogenito Ottone sarebbe diventato nel 1832 – alla luce di complesse trattative internazionali – il primo re dell'amata Grecia, finalmente indipendente dopo secoli di dominio ottomano? Domanda retorica, ovviamente, ma carica di suggestione. Così come suggestivi sono i monumenti della Glyptotek: di essi soli, infatti, intendo parlare in questo articolo, poiché l’addentrarmi anche nella complessità della pittura vascolare documentata all'Antikensammlungen lo renderebbe troppo lungo.
La scultura antica è alla Glyptothek rappresentata al meglio, con alcune delle sue testimonianze di maggiore qualità e fama. D'altronde pochi collezionisti potevano gareggiare, ai tempi, con le risorse economiche e il prestigio internazionale di Ludwig di Baviera, che non si spaventò neppure davanti alle possibili conseguenze diplomatiche della sua passione.
Di ciò fa fede l’ostinazione con la quale il principe ottenne il cosiddetto Fauno Barberini, magnifica statua di età ellenistica (220 ca. a.C.) già nella collezione seicentesca del cardinale Francesco Barberini e restaurata da Gian Lorenzo Bernini, che, su pressione di Antonio Canova, il cardinale Bartolomeo Pacca (allora pro-segretario di Stato vaticano) cercò invano di trattenere a Roma.
Troviamo dunque, nel Museo, anzitutto le statue dei due frontoni del tempio di Afaia a Egina, che sono tra i pezzi più famosi della scultura greca sul finire della sua fase arcaica: e di questi infra parlerò più diffusamente. Ma anche alcuni tra i capolavori assoluti dell’arte di età ellenistica o greco-romana, come il già menzionato "Fauno Barberini", l’Alessandro Magno cosiddetto "Rondanini", le celeberrime e quasi baroccheggianti raffigurazioni della "Vecchia ubriaca" o del "Ragazzo che strangola un'oca"; per tacere della collezione, davvero imponente, di ritratti imperiali d’epoca romana, tra i quali spicca un Augusto con la corona civica di rara bellezza e integrità.

  •  Tempio di Afaia (est), guerriero morente Tempio di Afaia (est), guerriero morente
  •  Tempio di Afaia (ovest), guerriero morente Tempio di Afaia (ovest), guerriero morente
  •  Glypytotek, Monaco
  •  Alessandro Rondanini Alessandro Rondanini
  •  Fauno_Barberini Fauno_Barberini
  •  Augusto con la corona civica Augusto con la corona civica
  •  Tempio di Afaia (est), Eracle arciere Tempio di Afaia (est), Eracle arciere
  •  Tempio di Afaia (ovest), Atena fra i guerrieri Tempio di Afaia (ovest), Atena fra i guerrieri

Ma veniamo – come anticipato – al fiore all’occhiello della collezione, e cioè ai frontoni del tempio di Afaia a Egina, edificio ancora oggi ben visibile sull’isola nella sua elegante imponenza.
Anche in questo caso è stato Ludwig, con coraggioso piglio collezionistico, ad acquistarli nel 1812, dopo che erano stati scavati nell'anno precedente. Iniziò allora una complessa operazione di restauro, ricostruzione e ricollocazione dei pezzi nella loro posizione originaria, nella quale il giudizio estetico del principe ebbe parte non irrilevante, e alla quale contribuì fattivamente uno dei maggiori scultori neoclassici del tempo: parliamo nientemeno che del danese Bertel Thorvaldsen, presso il cui rinomato atelier romano i pezzi furono trattenuti prima della definitiva collocazione a Monaco. Si trattò nel complesso – come ha sostenuto la critica – di un evento di grande rilievo, in quanto fu il primo vero approccio diretto della cultura europea con capolavori greci d’epoca arcaica, dei quali cercherò di dare ora una pur sommaria descrizione.
Ricordo anzitutto che il tempio di Egina era dedicato a quella divinità – Afaia – che si confonde e identifica prima con la cretese Diktynna, poi con Artemide e Atena: sì, quella Atena che era la dea protettrice dell’Attica, e dunque anche di Atene, città tradizionalmente rivale di Egina. E gli orgogliosi Egineti vollero che in entrambi i frontoni del tempio, quello occidentale (del 500 ca. a.C.) e quello orientale (del 490-480 ca. a.C.), proprio Atena fosse posta al centro della scena, intenta a sorvegliare le imprese belliche in quel di Troia dei personaggi raffigurati: nel primo caso Achille, Aiace, Teucro e i loro compagni, nel secondo gli eroi egineti condotti a Troia da Eracle in persona, durante una precedente mitica guerra in area anatolica (la cosiddetta "prima guerra di Troia").
Non entro nel merito della complessa e assai discussa questione dell’esatta collocazione o riconoscibilità dei vari personaggi; dico solo che i pochi anni che separano i due frontoni si vedono tutti. Dalla solenne ieraticità del frontone Ovest si passa, infatti, in quello Est, a un superiore dinamismo; dalla staticità si tende alla veridicità dell'azione; e i volti delle figure sembrano perdere col tempo i lineamenti convenzionali per assumere un che di più umano, fosse solo attraverso qualche leggera smorfia di pathos, che l'originario colore poteva enfatizzare. Stiamo, insomma, per abbandonare definitivamente l'arcaismo e immergerci nel cosiddetto "stile severo", prodromico alla fase più propriamente classica della scultura greca.
L'esperienza straordinaria del teatro attico, la speculazione filosofica sempre più raffinata, il crescente dinamismo navale e commerciale, la necessità di costruire una propria forte identità da contrapporre al nemico persiano stavano progressivamente plasmando l’uomo greco, dandogli la consapevolezza di potere dominare la realtà – e di potere pure "dominare" il marmo pario di quel nuovo frontone orientale. Un frontone dove anche Atena (oggi invero assai malconcia) sembra partecipare al combattimento, e dove Eracle tira con l'arco come un valente e agile soldato, a testimoniare la progressiva riduzione della distanza tra mito e storia, tra dèi e uomini, che qui combattono fianco a fianco per la difesa dei valori distintivi della Grecità.
Come poteva Ludwig I non amare tutto questo, non desiderare di possedere, di ammirare ogni giorno, le testimonianze di questi passaggi epocali della storia antica? E tutto questo lo amerà anche chi potrà vedere le statue egineti solo per un giorno, a Monaco; fidatevi di uno che, dopo avere studiato per anni questi frontoni sui libri, ha (stupidamente) aspettato di superare ampiamente i cinquanta per vederli dal vero: un errore che – dopo la lettura di questo mio articolo – non perdonerò a nessuno!

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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